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ERA UN'ALBA O ERA UN TRAMONTO ( STORIE DI PROVINCIA NEGLI ANNI '60) - Dario Ghiringhelli PDF Stampa E-mail
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Era un'alba o era un tramonto (storie di provincia negli anni '60)

 

 

ADOLESCENZA, GIOVINEZZA, AMICIZIE

“… Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare, e come l’anno scorso sul mare col pattino vedremo gli ombrelloni, lontano, lontano, nessuno ci vedrà …”.

Dalle note di questa canzoncina, emblema dell’epoca, si lasciavano trascinare molti giovani della mia generazione. Una generazione che godeva, un po’ inconsapevolmente, dei benefici scaturiti dal nascente boom economico che ha contraddistinto, in maniera decisa, almeno il primo quinquennio degli anni ’60.

I ragazzi e le ragazze, di cui mi appresto a raccontare le vicende, erano nati intorno al finire della seconda guerra mondiale, figli di genitori che sono stati costretti a rimboccarsi le maniche per contribuire alla ricostruzione di un’Italia totalmente disfatta, più che dal conflitto vero e proprio, da sanguinose lotte intestine che hanno avuto come protagonisti, da una parte fascisti in buona fede,  dall’altra partigiani in altrettanta buona fede.

Genitori che hanno ereditato un paese povero, ma pieno di vitalità e voglia di riscatto, non solo morale, ma anche economico. Tutti volevano stare meglio, tutti volevano che la loro famiglia, i loro figli godessero di posizioni e di privilegi che loro non avevano mai avuto.

Pur consapevoli delle difficoltà del momento, non potevano non permettersi il lusso di sognare.

I dolorosi ricordi legati a questi eventi sono rimasti impressi nella mente e nei cuori dei padri e delle madri, ma credo che non abbiano influenzato la formazione della personalità di quanti, come me, non hanno vissuto in prima persona la drammaticità sconvolgente di tante inutili morti.

Quando noi, figli del dopoguerra, ci accingevamo a lasciare il periodo della fanciullezza per entrare in quello più complicato dell’adolescenza e della giovinezza, erano già trascorsi, da quei tragici eventi, quindici, vent’anni, pochi forse, ma sufficienti per contribuire a stendere un pietoso velo su tutte le brutture del passato. In età corrispondente quasi a quella della ragione ci siamo trovati proiettati in un periodo in cui tutto era da provare, tutto costituiva una nuova conquista e dove ogni insolita ed inusitata prima esperienza ci poneva in una disposizione psicologica atta a prevedere e giudicare favorevolmente il corso degli eventi, nonché a considerare la realtà nel suo lato migliore anche a costo di illuderci.

Le amicizie che nascevano con coetanei e coetanee erano molto profonde ed improntate ad uno spirito di generosità che comportava il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personali di fronte al bene altrui. L’invidia era un sentimento totalmente bandito, la rivalità tra gli amici non esisteva, fatta eccezione per le innocenti tenzoni d’amore rivolte a primeggiare nella conquista di una fanciulla più in fretta degli altri, per soddisfare l’intenso desiderio di amore di cui tutti noi eravamo avidamente affamati.

I principali interessi che occupavano la nostra mente, laddove si voglia stilare una graduatoria di priorità, erano: l’incessante ricerca del filarino, il calcio, la TV, il cinema, il teatro, lo studio ed il lavoro, ma, quest’ultimo solo per alcuni meno fortunati che non potevano permettersi la continuazione degli studi. Della droga si ignorava l’esistenza: il vizio, inteso come abitudine radicata che provoca nell’individuo il bisogno morboso di quanto per lui può essere nocivo, era completamente estraneo alla mentalità di noi ragazzi. Solo la propensione al fumo, assai diffusa tra la maggior parte dei giovani di quella generazione, poteva, forse, essere considerata una lieve trasgressione. Ma più che una deliberata infrazione della norma che sconsigliava l’uso della sigaretta, si trattava di qualcosa che ci faceva stupidamente sentire più grandi e molto  meno acerbi di quanto, in realtà, fossimo.

Siffatte considerazioni trovano riscontro anche sul fronte femminile di quegli anni felici e spensierati. In effetti, il desiderio di vita, le ansie, le gioie, le voglie, le illusioni, i problemi erano caratteristiche comuni ad entrambi i sessi.

Se è ben vero che le fanciulle dovevano sottostare a numerosi vincoli imposti dalla famiglia, soprattutto in ordine alla libertà di uscita serotina, è altrettanto rispondente alla realtà che, durante le ore del giorno, potevano godere di una non limitata autonomia tale da porle in condizioni di perfetta parità con i loro coetanei. Del resto, la scuola, nella quale si andava diffondendo l’uso alla composizione di classi miste, favoriva, già per se stessa, quella promiscuità che intensificava il rapporto sciolto e disinvolto tra i ragazzi e le ragazze, con innegabile e giusta cancellazione di certi tabù retaggi degli anni ’50.

Permanevano alcuni principi, poi dissoltisi nei decenni successivi, per cui il maschio doveva necessariamente svolgere la funzione di “cavaliere”, addossandosi, in prima persona, l’impegno di gestire economicamente il rapporto in tutti i casi in cui fosse stato estensore di un invito che prevedesse il cinema, il  ballo, la scampagnata o qualsiasi altra distrazione. Al di là di questo radicato particolare, gli anni ’60 hanno segnato il trionfo della minigonna che ha attizzato la fantasia dei giovani maschi. Chi non ricorda Mary Quant, le gemelle Kessler, le gambe mozzafiato di Carmen Villani, più propensa a spogliarsi senza alcuna remora, che a cantare. Per non dire di Sandie Show, la cantante scalza che ha furoreggiato in TV con i suoi piedi nudi. Questi, alcuni dei personaggi di fama nazionale che hanno poi caratterizzato anche la tranquilla vita di provincia.

Ed è proprio in provincia che si snodano le vicende di alcuni ragazzi e ragazze che hanno assaporato il clima gioioso di quegli anni, trascinandosi, in epoche successive, fino alla maturità, il rimpianto ed il mai sopito ricordo di una giovinezza che non tornerà più, ma che è valsa la pena di vivere per la sua potenza di attrazione e seduzione.

 

IL BORGO

In un piccolo paese situato all’estremo sud della provincia di Varese si sviluppa l’esistenza di un gruppo di giovani che un nostro professore di filosofia, siculo purosangue, usava definire: “terroni della Brianza”. Alcuni di noi, per poter frequentare il liceo classico, scelto come prosecuzione delle scuole medie, erano costretti ad emigrare, mediante il treno delle Nord, nella vicina città di Busto Arsizio, in quanto, in paese, tale tipo di istituto non era presente. Altri, per evitare il disagio della trasferta, preferirono accettare di buon grado ciò che offriva il convento: liceo scientifico, magistrali e ragioneria. Caratteristica che ci accomunava un po’ tutti era la provenienza da famiglie appartenenti alla piccola o media borghesia. In altre parole, eravamo un po’ tutti figli di commercianti, impiegati, artigiani, e cioè di quelle categorie professionali che costituivano il tessuto economico prevalente nel nostro piccolo centro.

Fino a quegli anni Saronno, così si chiamava il “borgo”  a cui appartenevamo, aveva subito l’influsso di un certo numero di famiglie di antica tradizione, le quali, in virtù del loro complesso di beni e di ricchezze possedute, governavano con la loro “longa manus” tutte le iniziative locali di qualsivoglia natura esse fossero. I Canti, i Lazzaroni, i Reina ed i Zerbi erano stati i cognomi più rappresentativi fino al principio degli anni ’60, ma il sopraggiungente boom economico, con l’affermazione di altre classi sociali prive di “magnanimi lombi”, incominciava a manifestare i primi segnali di decadenza di tali dinastie che, nel prosieguo degli anni, tenderanno a perdere di importanza e ad essere sempre meno considerate fino a scomparire quasi del tutto.

Va sottolineato come la scelta di differenti indirizzi scolastici non costituisse impedimento alcuno ai fini dell’affiatamento che tra noi, giovani virgulti provinciali, si era venuto a creare. Intendo dire che colui o colei, che avevano scelto orientamenti scolastici più brevi e forse meno complessi, non erano assolutamente considerati alla stregua di emarginati da parte di quanti frequentavano i più impegnativi licei, proprio perché quel generale stato di bonaria euforia, nel quale eravamo tutti immersi, contribuiva a privilegiare il sentimento di amicizia piuttosto che a porre in evidenza insulsi motivi di conflitto e stupide cause di contrasto. L’etica, che non ci eravamo imposti, ma che costituiva il nucleo essenziale del nostro Dna, stabiliva, per vie naturali, che i membri appartenenti alla nostra studentesca collettività dovessero essere sempre considerati per la loro reale personalità, indipendentemente da determinati fatti o circostanze.

Del resto, la frequentazione degli studi classici, quali noi avevamo preferito, non era più appannaggio, come un tempo, di sole persone considerate, per nascita o per censo, destinatarie di speciali diritti e privilegi, ma era diventata alla portata di tutti, pur mantenendo un ruolo assai primario nell’ordinamento scolastico italiano.

La rappresentanza saronnese presso il “Daniele Crespi” di Busto Arsizio  era costituita da noi sette studenti di belle speranze, di cui quattro frequentavano l’ultimo anno: Giorgio, Donata, Giorgio Giovanni, Paola; mentre i rimanenti erano iscritti al terzo anno: Franco, Antonio ed il sottoscritto.

Il quotidiano viaggio mattutino e pomeridiano sulla tratta Saronno – Busto – Saronno vedeva questo gruppo occupare sistematicamente una piccola carrozza di prima classe, considerata tale solo per i sedili foderati di rosso che facevano da contraltare a quelli di legno posti negli altri scompartimenti. Posso affermare tranquillamente che quei treni, risalenti al periodo ante-bellico, venivano da noi considerati solo qualcosa di più delle storiche tradotte di venerata memoria.

Il rito, sia all’andata che al ritorno, era sempre il medesimo: appena seduti che fossimo, compariva sulle ginocchia una letteratura greca o latina, un libro di storia o di filosofia, a seconda delle lezioni scolastiche del giorno. Non mancava la consueta sigaretta del mattino o del pomeriggio, assaporata in massima libertà e scioltezza contrariamente a quanto non ci veniva consentito durante lo studio casalingo, data la presenza dei genitori che non avrebbero approvato i nostri tentativi di assuefazione al più noto alcaloide del tabacco: la famigerata nicotina.

Il nostro principale argomento di conversazione, quando si tralasciava l’obbligo del ripasso da ultimo minuto, verteva sulla critica bonaria dei comuni insegnanti e dei loro più maniacali comportamenti, in virtù dei quali venivano da noi citati con particolari appellativi ironici o malevoli. Così, “Puntino” veniva definito il professore di chimica per la sua abitudine di assegnare un puntino sul registro a chi cercava, con varie scuse, di giustificare l’impreparazione del giorno.

“Frullino” identificava il docente di matematica per la sua inveterata tendenza a deambulare con la mano nella tasca dei pantaloni, frugando nelle sue più intime parti durante le interrogazioni di noi miseri e poco avvezzi alle formule trigonometriche.

“Mantice” caratterizzava il precettore di francese per la sua inspirazione profonda seguita da espirazione prolungata, mentre noi faticavamo a rispondere in gallico alle sue domande.

“Purista”, invece, veniva definito, ma con massimo rispetto, l’insegnante di lettere (Italiano, Latino, Greco, Storia, Geografia) che, al di là della sua severità, catalizzava l’attenzione di tutti noi per la sua profonda cultura e per il fascino con cui sapeva catturare l’uditorio grazie al suo forbito linguaggio italiano. Un uomo ed un professore di grande valore che ha lasciato un tangibile segno nella nostra personalità, più propensa a cavalcare l’atmosfera dorata di quegli anni, senza fermarsi a riflettere troppo sui lati sostanziali ed essenziali della vita che avremmo dovuto in seguito affrontare nella sua cruda realtà.

Dario Ghiringhelli

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