Navarra Editore su Facebook

Book Trailer

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.

ASSAGGI LETTERARI: I LIBRI ARRIVANO IN TV.

In questa terza puntata Giorgio Di Vita ricorda Peppino Impastato. E tanto altro..

Book Trailer, Video, Interviste, Presentazioni, Eventi

CATALOGO VIRTUALE

Scarica il catalogo 2010 in formato pdf

Cerca nel catalogo

Gusta un'anteprima dei nostri libri

Leggi la nostra rassegna stampa

ACQUISTA ORA I NOSTRI LIBRI!
Chiamaci allo 0916119342 oppure scrivi a valentina@navarraeditore.it indicando il testo che hai scelto e i tuoi dati (nome, cognome, indirizzo, telefono e codice fiscale). Il libro ti sarà inviato in contrassegno in pochi giorni e potrai pagare comodamente alla consegna.Ordine minimo 10 euro. In alternativa effettua i tuoi acquisti in tutta sicurezza direttamente sul nostro sito e potrai pagare con paypal o carta di credito.

Login Form

iscriviti al sito per effettuare i tuoi acquisti in tutta sicurezza e ricevere la nostra newsletter



Scarica Koran

Scarica Koran in formato pdf

Koran, il catalogo-giornale che racconta di noi: all'interno, novità editoriali, recensioni, interviste articoli. Nelle migliori librerie, associazioni, winebar, edicole.

Link Amici




Navarra Editore offre il Premio AIFF/Scuola al miglior cortometraggio realizzato da una scuola!


 

 


VAI ALLA PAGINA CON TUTTI I LINK AMICI...
Condividi
PIMMICELLA E LA COMUNITA' - Francesca Picone PDF Stampa E-mail
Giri di parole 2010 - Incipit - Incipit - Romanzi

 

PIMMICELLA E LA COMUNITA'

I CAPITOLO

La baby sitter è sulla soglia del bagno, con la mia ciglia degli occhi sulla punta del pollice.

- Esprimi un desiderio – dice.

- Tutto quello che voglio?

- Tutto quello che vuoi.

- E se voglio una cosa grande grande?

- Tutto quello che vuoi –  fà.

La baby sitter tiene il pollice alzato, il mio Desiderio è lì sopra.

- Voglio che la mamma torna.

Non mi guarda più come prima, col Desiderio sulla punta del pollice, fa una smorfia al soffitto, si strofina la mano sul jeans e la ciglia sparisce, va via.

- Avevi detto quello che vuoi!

- Sì ma, questo, non è possibile.

- Dicevi che tornerà.

- La mamma non può tornare, perché è morta.

- Quando uno è morto non torna?

- No.

Il corpo della baby sitter è alto, troppo alto, pure se ha i piedi che non si muovono da terra. Il mio Desiderio è rimasto appeso lì sopra, su quella stella che doveva tornare, un giorno. Un viaggio, quanto dura il ritorno?

Quando lei mi ha salutato è rimasta un bel po’ di tempo a guardarmi. Io ero nel passeggino. Papà camminava a cerchi per la stanza buia. Lei mi guardava e mi voleva così bene che ho aperto la bocca e ci ho infilato la sua faccia contenta di me. E non capivo perché papà camminava nervoso e non la vedeva. La nonna prendeva le camice bianche dal cassetto, le piegava piano e le metteva sulla sedia, papà diceva non servono più, metti via tutto. La mamma invece era serena e continuava a guardare solo me. Era in mezzo alla stanza, eppure era al di là di tutto. Aveva i piedi nudi sospesi da terra, tutta una luce bianca intorno, e mi parlava con lo sguardo fino in fondo al cuore. Il silenzio era la musica più bella che avessi mai sentito.

La nonna dice di guardare il lampadario appeso al soffitto: in caso di terremoto i lampadari dondolano, si muovono, avvisano la catastrofe. Io rimango sempre un bel po’ a fissare il lampadario, prima di addormentarmi. Non ho paura del lampadario, che si muova, ho paura della coppa nera, quella che tiene i fili, la sua testa incollata al soffitto, ferma.

Mi tengo in equilibrio sulla sbarra, ai piedi del letto e canto: staasera mi butto, stasera mi butto, mi buttocontè. Mi tuffo sul materasso e la nonna urla:

- Il materasso, il materasso! Pimmicella tu me fai morire a me!

Mia nonna è di Frignano, Pimmicella nel suo dialetto vuol dire pulce, una pulce che salta.

Scendo dal letto, mi siedo sul pavimento e gioco al go down, la nonna cammina su e giù e ogni passo si tira dietro le stesse piastrelle di un bianco sporco con alcune schegge di nero e grigio, poi dice:

- Lo so che un giorno di questi non torna più.

Metto le tessere del go down in piedi sul pavimento, una dopo l’altra, poi mi giro, e chiedo:

- Chi non torna più?

La nonna si ferma e guarda le tessere, poi mi fissa.

- Lo vuoi sapere dove è andato tuo padre?

Non lo voglio sapere, fuori la notte è nera.

- È andato a fare a botte coi fascisti!

I fascisti, e che c’è da fare a botte con questi fascisti?

- Tuo padre è comunista!

- E i fascisti chi sono?

- Assassini, tutti vestiti di nero!

- Come l’uomo nero?

- Sì, ma sono tanti, tanti.

E piange. Devono essere davvero delle brutte persone se mio padre è andato a fare a botte con loro. La nonna è vestita di nero, ma non è per i fascisti, è per i suoi santi; dice che i fascisti quando era giovane lei facevano la guerra, ma quelli sono scomparsi e lei non li piange. Piange per i fascisti di strada, quelli di oggi, che vogliono picchiare papà, piange ma non ha più lacrime, si lamenta, dice:

- Diglielo tu che sei una bimba, diglielo a tuo padre che non deve uscire la sera che è buio, e un giorno di questi pure lo ammazzano.

Poi si gira di spalle e torna a fare su e giù. Il pavimento è pendente, lo so; un colpetto con l’indice alla partenza e le tessere vengono giù in fila, tutte. Quando papà torna non gli dirò di restare a casa.

- A letto!

Ho la canottiera di lana calda appena tolta dal termosifone e se non vado subito a letto quella si raffredda. La nonna mette la coperta sul letto. La guardo, le dico:

- Tanto non vengo.

La nonna alza la testa e con le dita pare che voglia levare via la polvere da sotto al mento, poi dice:

- Nun cia’ faccio cchiù, nun cia’ faccio cchiù!

- A fare cosa non ce la fai più?

Continua a tenere la testa alzata, rivolta verso l’armadio, e io le chiedo:

- Che devi prendere una cosa da sopra l’armadio?

- Assassina, assassina!

Poi le passa, penso.

E infatti le passa sempre. Mi prende sulle gambe e mi culla, mi dice che mi vuole bene e mi chiede scusa, mi dice di tutte le cose che succedono in cielo e in terra.

- Nonna, che sono quelle corde viola che hai nelle mani?

- Non sono rughe, tesoro, sono le mie vene.

- E a che servono?

- Lì è dove scorre la vita.

La vita della nonna fa di tutto per uscire dalle sue mani.

- Hai il cuore buono. Dice.

- E tu come fai a vederlo il mio cuore?

- Si vede dagli occhi. Gli occhi tuoi sono chiari, come li aveva Ortensia, la mamma tua.

- Dov’è la mamma?

- Tutte le persone con il cuore buono Gesù le porta con lui, lo vedi? Quello è il cuore di Gesù. Ti guarda sempre, fai a lui le tue preghiere.

C’è un uomo con il petto strappato e il cuore da fuori, più fuori ancora delle vene della nonna, ma lui guarda da un’altra parte, e non mi dice dove sta la mamma.

- Perché Gesù l’ha fatta morire se era buona?

- Ortensia non teneva abbastanza fegato, il cuore le faceva male.

La nonna guarda oltre il vetro della finestra. Le nuvole fanno bianca la notte e la nonna la porta dentro con la sua cantilena: “La befana vien di notte, con la scopa e un sacco di botte”.

La befana può arrivare col suo naso appuntito e la gobba rotonda da un momento all’altro, se mi vede qui, sulle gambe della nonna, mi porta solo carbone e la mazza della sua scopa  me la dà in testa. Nel bel core di Gesù che mi ha redento, in pace mi riposo e mi addormento. Sono in braccio alla nonna, protetta.

La nonna è vecchia e papà dice che lei è sempre stata vecchia,  e io non voglio che le fanno male le gambe se resto seduta, così vado a letto, la faccio contenta.

- Oh Dio i fascisti, Oh Dio fammelo turna’ sano, fammelo turna’ a casa. Pimmice’, quando torna tuo padre glielo devi dire che la sera adda turna’ a casa, che i fascisti lo ammazzano un giorno di questi. Lo ammazzano, lo ammazzano!

- Ti piace tuo padre, eh?

La baby sitter mi scopre sempre a guardarlo e ogni sera prima di andare via me lo dice all’orecchio:

- Dimmelo solo a me che non lo dico a nessuno.

Oggi ho voltato la faccia e l’ho detto davanti anche alla nonna:

- Da grande lo sposo - ho detto.

Quella femmina tutta d’un pezzo ha detto alla nonna:

- Le piace, le piace suo padre.

La nonna, che non aveva chiesto niente, ha risposto:

- Come vuole lei.

La nonna dorme vicino al muro che ha la porta, io dormo vicino al muro che ha la finestra. Gli spiriti cattivi possono uscire fuori dal muro da un momento all’altro. Guardo il muro e dico agli spiriti cattivi che non possono entrare nella nostra stanza perché c’è la nonna, che mi protegge pure quando dorme. Dietro il muro della nonna c’è la porta da dove entra papà. La nonna sorveglia il suo ritorno, anche se dorme. La porta da dove entra papà è pesante, eppure quando lui torna, entra anche l’aria leggera. Mi viene voglia di alzarmi e correre fino in fondo al corridoio, da dove si vede la porta che si apre e l’aria che entra.

Basta che mi seggo ai piedi del letto, scendo piano e non mi metto le pantofole, così non faccio rumore, fino alla porta. Se la nonna si sveglia e mi becca qui fuori, vicino alla porta, dirò che aspetto di vedere quando torna papà per dirgli che è tardi, che deve andare a letto anche lui.

Invece resto seduta mentre guardo fuori la  porta. Non mi posso muovere perché devo restare a vedere quando arriva papà e perché la nonna si gira, adesso; se si sveglia devo preparare la scusa, ma la nonna fa un colpo di tosse e dorme. Mi alzo. Solo un passo e sono in viaggio. Corro lungo tutto il corridoio. Alla fine del corridoio c’è il terrazzo, ma è chiuso, prima c’è solo la stanza buia.

La stanza buia si apre, ma non si accende la luce perché tanto si affaccia sul terrazzo, ma la finestra è sempre chiusa e la sera nella stanza fa buio. Dentro ci sono i quadri. Ci vuole coraggio e rispetto per entrare nella stanza buia. Attraverso i quadri escono tutti gli spiriti dai muri e succedono un sacco di cose ma non posso chiedere perché, una volta sola ho chiesto a papà.

Dei soldati a cavallo guardano avanti e certe  donne scappano, col bambino in braccio, altre donne si inginocchiano sotto i soldati e li pregano, implorano; c’è n’è una che non ha più il suo bambino lo tiene un soldato, sopra un cavallo; la donna si mette in ginocchio e lo supplica,  il soldato le punta una lancia sul petto, ma lei scava lo stesso con gli occhi, diritti come una freccia in quelli di lui, lì sopra al cavallo.

In basso è pieno di bimbi stesi, i cavalli guardano da un’altra parte. Perché? Papà non me lo dice.

- Perché quelle donne stanno in ginocchio e piangono?

- Perché i soldati vogliono prendersi i loro bambini.

- Perché?

- È la strage degli innocenti.

- Perché?

- Non chiedermi sempre perché. C’è; ci vuole coraggio e rispetto per capirlo – dice.

Metto la mano sulla maniglia e tento il coraggio. Sguscio dentro a piedi scalzi, chiudo, chiedo permesso alla stanza, mi guardo intorno, prima di mettermi in mezzo; lo faccio per rispetto, perché “chi nutre rispetto per quello che ha intorno ha meno paura”, l’ha detto la maestra. Io ci provo sempre e non funziona mai, perché il rispetto c’è ma il coraggio non arriva.

Appena davanti la porta c’è una folla di uomini che esce dal buio. Due uomini con la barba camminano e guardano avanti, una donna li segue col suo bambino su un braccio, parla con loro, fa un gesto con la mano e indica la terra. Ma l’uomo ha l’ombra del cappello sugli occhi, non la vede. La donna ha i piedi scalzi, nessuno la sente. Gli uomini dietro invece si parlano,  a due a due, quelli che ascoltano hanno una mano in tasca, l’altra che tiene il giubbotto.

Chi sono quelli che sbucano dal buio? Papà dice che è un popolo che manifesta, è il Quarto Stato.

Cosa sarà questo stato dove solo quattro sono al sole e gesticolano ma non si parlano?

Di fianco la porta, proprio di fronte la strage, c’è una donna con i capelli neri, corti, guarda fuori dal quadro con le mani sulla pancia. Sta ferma cogli occhi tristi, ma sorride, un po’. È l’unica a vedere quello che succede, tutto intorno, come faceva la mamma. Questa donna però non mi guarda e nemmeno è contenta.

Al centro della stanza mi gira la testa, non so dove guardare e tutte queste facce insieme fanno chiasso. Guardo il golfino che ho addosso, è abbottonato male, rialzo la testa e ci parlo, con la donna nel quadro, le dico:

- Dove sei?

- Sono qui.

- Nel quadro?

- No, qui.

- Qui dove?

Dalla porta arriva un rumore di chiavi. Torna mio padre. Ha la pelle scura, i capelli neri e le sopracciglia folte, ha gli occhi marroni, a volte sono lucidi e verdi, anche lui un giorno andrà in Paradiso.

Apre la porta e sento odore di mandarini. Attraversa il corridoio e mi vede nella stanza buia; non sorride, ma le sue spalle mi dicono di seguirlo. Il corridoio finisce su uno scalino e una porta di vetro; dietro c’è il terrazzo: un mare di mattonelle celesti con alcune schegge marroni. Papà esce e se ne sta seduto sulla sedia a sdraio, accende il suo grande sigaro e pensa a lei. La tiene proprio davanti alla mente e ci manca un pelo che la vedo anche io. Guardo la sua bocca chiusa. Lo capisco che lei è andata via, ma non so perché, visto che lui la ama così tanto, non so e non arrivo a capire, solo per un pelo. Se gli chiedessi:

- Me lo dici tutto quello che pensi?

Se lo faccio lei cade a pezzi, come il go down, dopo di lui.

Ha gli occhi lucidi ma non fa niente, se non gli chiedo a cosa stai pensando lui non va in pezzi, non cade, anche io sono ancora in piedi e posso restare a guardarlo.

- Io e Ortensia facevamo parte di un gruppo.

- Come sei bello, papà. Dov’è andata la mamma?

Dice che il gruppo è un posto dove ci vuole molto rispetto per entrare e molto coraggio per uscire.

Ha il maglione rosso sul petto che grida il suo coraggio libero, ha i capelli neri, bagnati, se ne sta solo come se avesse appena finito una battaglia, l’ultima. Sembra un riccio sul mare celeste scheggiato di roccia.  Sembra tornato da un naufragio e sa dov’è la mamma.

- La mamma è uscita dal gruppo?

- Vieni, ti faccio vedere una cosa.

Prende il grande binocolo che vede le stelle. Non capisco mai le linee che disegna nel cielo, da una stella all’altra, lui me le indica col dito, il grande carro è lì davanti che si tira dietro una grossa stella, ma le stelle sono tante, e io davvero non lo so come fa a ricordare i nomi di tutte; a me ne basta una, quella che appare per prima al tramonto e rimane per ultima, nell’alba di una notte finita. Mio padre dice che quella non è una stella, è Venere. Io ho scelto Venere, ha pure un bel nome.

 

- Alto là, ti ho preso, alza le braccia, come una ladra.

La baby sitter mi infila ogni mattina la maglia di lana, poi il grembiule. Per lasciarmi infilare il grembiule devo mettere le mani avanti, come una sonnambula. I bottoni sono dietro la schiena.

La scuola inizia già la mattina, con il mio arresto. Il tragitto verso la scuola dura meno di cinque minuti, la nonna mi guarda dal balcone, io cammino con la testa alta e lungo il tragitto faccio finta di essere libera, prima della condanna.

Quindici scalini, poi c’è l’albero coi fiori bianchi nel parco e subito si gira a destra, c’è una fila di macchine ferme, il salumiere, un bar e poi Vini e Oli; da Tonino è il posto più lontano dove posso andare da sola, quando la scuola non c’è.

Ieri sera sono venuta qui a prendere le birre e Tonino era andato a fare una commissione, i signori e le signore lo aspettavano in piedi. Tonino ha un po’ di barba sul viso e non deve sorridere per far vedere che è contento, gli basta la voce per dire ai clienti che è tranquillo, che non vuole niente di più, e i clienti lo aspettano pazienti anche loro pure se il negozio è piccolo e non c’è lo spazio per tutti perché il pavimento è tappezzato di scatole, uova, birre, tanta frutta, e i vuoti. I vuoti sono le bottiglie quando il vino è finito. I vuoti, che strana parola, per le bottiglie. Sono entrata con due vuoti in mano e stavo proprio in mezzo, tra le uova, le bottiglie, i signori e le signore che non guardavano da nessuna parte, e stavano tutti tranquilli quando poi una mano sulla spalla mi ha detto: “Levati”. Non so mai dove mettermi, tra gli scatoloni chiusi e l’odore della polvere sopra le voci dei pensieri e i signori che aspettano, anch’io aspetto. Quando arriva Tonino mi dice lui dove mettermi, e nessuno mi sposta più.

Vado a scuola. Vini e Oli è chiuso. Dopo di lui c’è un cancello, un  cortile e un cerchio di bambini ancora senza grembiulino: quelli dell’asilo. I girotondi sono sotto al sole, tutti colorati e con la pelle bianca, come fanno a non scottarsi?

Sguscio nell’ombra e nell’atrio c’è una foto gigante di bambini in maschera che festeggiano il Carnevale. Mi cerco e non mi trovo. Nella mia classe sono tutti così grandi, ben vestiti e pettinati. La nonna mi fa i codini perché c’ho i riccioli che spuntano dietro al collo, ma i capelli non sono abbastanza lunghi, allora me li tira dietro le orecchie. Con i codini ai lati sembro ancora più piccola, in mezzo a tutte quelle spalle larghe, dove sono?

Ah, eccomi qui. Ho il grembiulino bianco, un nastro rosa in testa, due ali dietro la schiena e i codini. Tutti gli altri hanno un costume vero.

Giro di lato e ci sono tante piccole scale che non finiscono più, ancora di lato c’è la porta, tante voci e una fila di banchi: la mia classe.

I bambini si chiamano e corrono da un banco all’altro mentre io vado a sedere al mio posto, l’ultimo, faccio finta di dormire o guardo la porta. La maestra ride e fuma una sigaretta con le sue amiche, ma poi la schiaccia, entra in classe e non ride più. Ci guarda tutti, poi va a prendere la bacchetta. Guardo di lato, c’è il muro.

La nonna mi aveva avvisato, la mattina del primo giorno di scuola.

- Mettiti al secondo banco e sorridi sempre.

- Perché al secondo, nonna?

- Perché al primo c’è troppa gente che ti guarda le spalle.

- E l’ultimo?

- L’ultimo è delle canaglie.

Così dal secondo banco ho sorriso, il primo giorno.

La maestra è entrata e prima ancora di sedersi dietro la cattedra, mi ha guardato fisso. Io le ho sorriso, come aveva detto la nonna.

- Che c’è da ridere? - ha detto la maestra.

Metà della classe rideva tra le labbra.

- Silenzio! Questa bambina non ha la mamma - ha detto la maestra.

Il secondo giorno ho trovato un posto nell’ultima fila accanto al muro, proprio nell’angolo. Nessuno mi nota più. La classe è lontana, le voci le sento, ma non so che dicono, dormo, con la testa sul muro.

- Gaia! Dormi? Se almeno tu facessi chiasso, come uno di questi monelli, se tu facessi chiasso come loro!

- Allora? Quanto fa due più uno?

- Quattro.

- Perché? Perché sempre uno di più ce ne metti? Guarda: siamo io, questo monello e tu. Quanti ne siamo?

- Quattro.

La maestra chiede lo scotch per mettermi le orecchie d’asino fino a quando esco.

Torno a casa mentre la bidella cerca di raggiungermi, ma io cammino avanti.

Francesca Picone

Commenti

Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
URL
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Invia commento
 
* HOME - CONTATTI - NORME PER L'INVIO DEI MANOSCRITTI - REGISTRAZIONE - NOTE LEGALI - DISTRIBUZIONE - CERCA *