| FRONTIERA CONFINE BARRIERA - Benedetta Vacri |
|
|
|
| Giri di parole 2010 - Incipit - Incipit - Romanzi | |||
|
Frontiera Confine Barriera Roma Le porte scorrevoli dell’aeroporto si aprirono, sentivo il calore del sole lungo la schiena e il cuore battere sempre più forte. Appena entrata, iniziai a guardarmi intorno e ad abbandonarmi all’intreccio di lingue e colori che avevo davanti a me, fino a quando una voce mi fece tornare con i piedi per terra. «Rania! Hai scambiato me e tuo padre per facchini? Vienici ad aiutare!» «Sì, sì ora arrivo» Avevo il sole negli occhi, ma vedevo distintamente mio padre che a fatica portava due delle tre valigie e allo stesso tempo mi sorrideva dicendomi: «Rania, hai messo un cadavere nella valigia? Stiamo via due settimane non due mesi!». Risposi a mio padre con un sorriso, ormai sapevamo entrambi che era una battaglia persa: io che riempivo la valigia all’inverosimile e lui che predicava. «Vado a vedere se è uscito il gate di partenza, aspettatemi qui accanto la scala mobile» gli urlai mentre ero già quasi vicino al monitor. Era un giorno speciale, dopo ventuno anni ritornavo in Turchia, ad Istanbul, dai miei nonni, i miei zii e i miei cugini. Due mesi fa di ritorno a casa dal lavoro mio padre ci comunicò che saremmo ritornati in Turchia per l’ottantesimo compleanno del nonno, sarebbe stata una sorta di riunione familiare visto che anche zio Ferzan sarebbe tornato dalla Germania con tutta la sua famiglia. L’idea mi eccitava tantissimo: tornare di nuovo nella città dove ero nata e che avevo lasciato all’età di quattro anni. «Allora non è ancora uscito il gate. Aspettiamo Christian qui, mi ha mandato un sms sta per arrivare» dissi ai miei genitori che sembravano più impazienti di me di partire: mio padre sorrideva felice come un bambino e mia madre muoveva le dita nervosamente sul manico della valigia immersa nei suoi pensieri. Mentre fissavo divertita i miei genitori, vidi Christian che si avviava frettolosamente verso la scala mobile. «Christian siamo qui!» «Papà mi vuoi far diventare sorda?!?» «Che figlia esagerata che ho! Guarda Christian e prendi esempio, porta un trolley minuscolo e uno zainetto, non come te che ti sei portata tutta casa!» «Buongiorno a tutti!» esclamò Christian arrivando al mio fianco «Pronti per il viaggio?». Mentre mia mamma lo salutava dandogli due baci sulle guance, io osservavo divertita la solita scena: lui piegato quasi a metà per scendere alla sua ‘altezza’ e salutarla. E pensare che i primi tempi lo detestava e se poteva tirargli un servizio di piatti da dodici in testa lo avrebbe fatto più che volentieri, ora, invece, dopo chiarimenti e urla varie, era diventata tutta carina e tranquilla… valle a capire le madri! «Ciao Yin» disse Christian avvicinandosi, «Ciao Yang» risposi io. Da quando stavamo insieme, la mia amica Livia ci aveva soprannominato Yin e Yang, per via delle nostre caratteristiche fisiche opposte: io carnagione scura, occhi e capelli neri; lui carnagione chiara, occhi azzurri e capelli biondo scuro. Le nostre rispettive discendenze si facevano notare: io turca con sangue egiziano nelle vene, mia nonna materna era di Alessandria d’Egitto, lui italo-tedesco, suo padre era di Monaco di Baviera e sua madre di Roma: insieme formavamo un bel melting-pot. «Dai, tutti a fare il check-in!» disse mia madre. Mentre eravamo in coda , aspettando il nostro turno, pensavo ai nonni che ci aspettavano impazienti, già mi sembrava di scorgere la nonna indaffaratissima in cucina e il nonno seduto in poltrona a fumare la sua inseparabile pipa. Non avevo molti ricordi dei miei nonni. Ogni mese dal nostro arrivo in Italia, mia madre gli spediva una lettera nella quale raccontava la nostra nuova vita e una mia foto per mostrargli quanto stessi crescendo. Ero felice di tornare anche se un po’ impaurita, le domande che mi ponevo erano sempre le stesse: come reagirò vedendo tutta la famiglia? Come mi dovrei comportare con i miei cugini e zii? Mi ripetevo che erano persone normali, che la mia reazione sarebbe stata normale, ma non riuscivo a smettere di pensarci.  «Dammi il passaporto Rania, è il nostro turno!» mi disse mio padre dolcemente, «A cosa pensi? Sembri immersa nel tuo mondo». Scossi leggermente la testa, «Niente di che…pensavo alle cose che dovrò fare al mio rientro». Christian era stato più veloce di noi e ci aspettava con il biglietto in mano. «Christian a che ora parte l’aereo per Monaco?» chiese mio padre. «Alle dieci. Dovrei iniziare ad avviarmi al gate, venite con me?». Mia madre annui con la testa e ci avviammo a fare i vari controlli di routine. Le nuove regole erano per me insopportabili: controlla se la somma delle cose liquide non superi il limite, stai attento a non indossare niente che possa essere anche lontanamente metallico per evitare di passare le migliori ore cercando di spiegare a degli annoiati poliziotti di turno che il metal-detector ha suonato per via di quel minuscolo bottone del pantalone. Finiti i controlli di possibili oggetti metallici pericolosi, dovevamo - più che altro io -  passare per il solito sguardo indagatore: come fa una ragazza i cui tratti del viso sono mediorientali ad avere un passaporto italiano? Per l’occasione sfoggiavo un meraviglioso sguardo e sorriso da brava ragazza per evitare domande o commenti. Dopo un quarto d’ora eravamo uscititi indenni dai soliti controlli e pronti per la nostra avventura in terra turca. «Rania, vado al mio gate, l’aereo parte tra mezzora. Mi accompagni?» «Sì, vengo con te. Mamma, papà io vado con Christian al suo gate di partenza e poi vi raggiungo al nostro, va bene?» «Allora ci dobbiamo salutare Christian. Fai buon viaggio e salutaci tuo padre. Ci rivediamo tra due settimane a Roma, giusto?» disse mio padre lo abbracciai. «Sì, sì, tra due settimane. Si diverta in Turchia, la prossima volta vengo anch’io!».  Mio padre ridacchiò e gli diede una pacca sulla spalla. Poi fu il turno di mia madre con le sue mille raccomandazioni. «Mi raccomando stai attento e chiamaci quando arrivi a Monaco. Magari ci mandi un messaggio quando arrivi in aeroporto e poi uno quando arrivi a casa» «Mamma, non è un bambino di due anni! Sarà in grado di prendere un aereo e arrivare sano e salvo a casa, no?!?» urlai verso di lei. «Va bene, va bene..non dico più niente. Fai buon viaggio Christian…almeno questo glielo posso dire?» disse mia madre girandosi verso di me. «Andiamo altrimenti perdi l’aereo!» «D’accordo Rania. Allora fate buon viaggio e riposatevi!» Mentre ci stavamo avviando verso il gate, sentii mia madre borbottare «Alle volte è una ragazza impossibile!» «Mamma ti ho sentito!!» le urlai senza girarmi. Alle volte i genitori hanno lo splendido dono di farti innervosire in qualsiasi momento, per fortuna Christian era diventato uno di famiglia e sopportava pacificamente questi scambi verbali tra me e mia madre. All’inizio della nostra storia, quasi sei anni fa, per i miei genitori non fu facile accettarlo; dicevano che non era adatto a me, che io non sembravo interessata a lui, che venivamo da due famiglie e mondi diversi. All’inizio non riuscivo proprio a capire la loro ostinazione, è vero siamo diversi, veniamo da due culture diverse – la mia più tradizionalista, la sua più liberale –, ma siamo tanto simili caratterialmente, ci comprendiamo e completiamo. Un giorno, mentre discutevamo in maniera piuttosto accesa mia madre decise di chiudere il canale del dialogo con quattro parole: «non dico più niente». Ci furono momenti duri durante i quali cercavo una soluzione, vagliai tutte le possibilità e alla fine agii. Qualche giorno più tardi portai Christian a casa, ci sedemmo tutti e quattro al tavolo e parlammo, dapprima con toni accesi poi con più calma e alla fine rimase a cenare con noi. Loro impararono a conoscerlo e ad apprezzarlo e Christian ad essere meno imbarazzo in loro presenza. Non gli sarò mai abbastanza riconoscente per essere stato così disponibile; di solito è un gran chiacchierone, ma quel giorno con mia madre che lo fissava quasi con disprezzo riuscì a pronunciare solo poche parole. «Ti mancherò un pochino?» mi chiese Christian ridacchiando, sapeva benissimo che non avrei mai risposto positivamente. Non sono mai stata una ragazza convenzionale e dolce, ho sempre dosato i miei sentimenti forse per difendermi, forse per mantenere la mia armatura e non essere ferita. «No, non mi mancherai nemmeno un po’!» risposi sorridendo e aspettando il suo abbraccio. Era arrivato il momento della partenza e ci dovevamo salutare, come ogni volta mi alzai sulle punte imitando maldestramente Carla Fracci, tentando di raggiungere il suo viso. «Ma perché non me sono trovato uno più basso? Da tuo padre non potevi prendere solo il colore degli occhi invece del tuo metro e novantaquattro di altezza?» borbottai mentre cercavo di baciarlo e rimanere al tempo stesso in precario equilibrio. «Va bene folletta ora devo proprio andare. Divertiti con i tuoi cugini e mi raccomando fai tantissime foto…la prossima volta ci torniamo insieme in Turchia!». Mentre lo osservavo allontanarsi, scese un po’ di tristezza che venne immediatamente spazzata via dal pensiero del viaggio che mi attendeva.  Attesa Mi stavo dirigendo verso il mio gate quando fui attirata dal viso stremato di una donna che cercava di calmare il proprio bambino che urlava con tutta la forza che aveva in gola. Osservandola scossi leggermente il capo rinnovando la mia poca simpatia verso i bambini, ringraziando i miei genitori di non avermi fatto dono di sorelle o fratelli e continuando a ripetermi che non avrei mai messo al mondo un figlio. Mentre questi pensieri si accavallavano veloci, mi tornò in mente una serata assurda trascorsa con Livia che era molto ubriaca e io molto sobria. Ricordo che fermava tutte le persone per strada, perfetti sconosciuti per metterli a conoscenza del fatto che i miei figli sarebbero stati alti e bassi, biondi e mori: uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita! Di ricordo in ricordo arrivai al mio gate di partenza, mio padre era davanti la vetrata ad osservare gli aerei che decollavano e atterravano mentre mia madre stava intrattenendo una bambina. Erano ormai dieci anni da quando aveva inaugurato insieme a Laura, la madre di Livia, un asilo, ma non un asilo comune, un luogo di incontro e dialogo tra le diverse culture come amava definirlo. Nell’asilo venivano molti bambini figli di immigrati e si cercava di potenziare il rispetto alla diversità attraverso una maggior integrazione delle mamme che due volte alla settimana si incontravano per discutere dei loro problemi legati alla maternità , al lavoro, all’integrazione. La sua ‘creatura’ – come amava definirla mia madre – aveva riscosso molto successo e le iniziative si erano ampliate e avevano permesso una maggiore integrazione tra i cittadini e le diverse comunità immigrate: le mamme italiane avevano deciso di tenere dei corsi serali di italiano per aiutare le mamme straniere, venivano organizzati delle cene etniche a tema e ora anche i padri stavano facendo la loro parte organizzando delle partite domenicali di calcio. La creatura continuava a crescere con somma soddisfazione di mia madre che, da immigrata sola e con poca padronanza della lingua, aveva conosciuto le problematiche legate all’essere madri straniere in una terra sconosciuta. «Rania eccoti qui! Guarda che bella bimba c’è qui! Barbara vuoi dire a mia figlia quanti anni hai?» La bambina mi guardò con uno sguardo ostile, forse aveva captato i pensieri di prima oppure aveva capito che io non ero un’amica dei bambini come mia madre e decise di pettinare la sua bambola facendo finta che io non esistessi. «Non è un tesoro? Che peccato non aver avuto altri figli dopo di te!» mi disse mia madre avvicinandosi. Un’espressione involontaria del mio viso le fece capire che non ero d’accordo con le sue parole, ma ormai conosceva benissimo le mie reazioni involontarie a quel genere di argomenti. «Mamma, vado a prendere qualcosa al bar. Tu cosa vuoi?» mi offrii volontaria per andare a fare rifornimenti pur di non dover sopportare tutte le moine che faceva mia madre alla bimba. «Io un cornetto con la marmellata e acqua, chiedi a tuo padre cosa vuole». Mi avviai verso di lui e lo trovai assorto nei suoi pensieri. «Papà cosa vuoi da mangiare? Mi sono offerta volontaria per andare a prendere qualcosa!» gli dissi sorridendo. «Il solito: cornetto alla crema. Tu cosa prendi?» «Cornetto con nutella forever!» risposi io. Mentre facevo la fila alla cassa con i miei cornetti e l’acqua, notai la cassiera che con aria annoiata batteva lentamente le dita sui tasti e dava il resto. Arrivato il mio turno poggiai tutto e senza guardarmi con voce bassa mi disse: «Six euros and thirthy cents». «Tenga» risposi io dandole una banconota da dieci euro. Sorpresa mi guardò meglio e iniziò a pronunciare la frase che più di ogni altra mi era stata rivolta dal mio arrivo in Italia. «Ah, sei italiana! Credevo fossi straniera!». «Sì..cioè..parlo italiano, sono di origine turca, ma vivo in Italia da molti anni» mi giustificai abbassando lo sguardo. «Per essere straniera lo parli molto bene! Tieni il resto» mi rispose lei divertita da questo inutile scambio di informazioni, abbozzai un sorriso e lascia la fila. Odiavo quella frase, ma più di tutto odiavo le mie risposte che suonavano come delle giustificazioni: perché ogni volta dovevo dire di essere turca e poi rassicurare le persone dicendo che erano tanti anni che vivevo in questo paese? Era meglio dire ‘parlo italiano’ o ‘sono italiana’? Ovviamente le due cose erano diametralmente diverse eppure ho la cittadinanza italiana, vado in giro con una carta d’identità e un passaporto italiani, mangio spaghetti e so cucinare la pizza, mi sono laureata in un’università italiana, ho amici italiani, figuro nel numero dei laureati disoccupati italiani perciò quale era la definizione più corretta? Forse pensavo così perché c’era sempre qualcosa che non mi permetteva di sentirmi realmente a casa, alla fine era figlia di due culture diverse, ma facevo parte di una seconda generazione ben integrata anche se avevo subito alcuni episodi di razzismo. L’essermi laureata in scienze politiche mi aveva permesso di conoscere meglio il mondo, mi aveva aiutato ad accettare e apprezzare la mia condizione di ponte tra culture diverse, di cittadina del mondo che supera i confini nazionali per diventare una donna senza frontiere interne ed esterne. Tutto questo non era stato sufficiente ad avere una maggiore definizione di me stessa e certe situazioni e persone – come la cassiera – mi facevano piombare nell’insicurezza e incapacità di trovare definizioni. Raggiunsi i miei genitori che nel frattempo si erano seduti a parlare e gli diedi la busta con i cornetti, mio padre mi vide pensierosa e mi chiese cosa avessi fatto. «Niente, solo una questione di definizioni!» dissi a mio padre mentre fingevo di trovare qualcosa nella borsa. «Rania, ancora con questa storia? Hai la cittadinanza italiana ti ricordo, che necessità c’è ogni volta di dover pensare a queste cose?» mi rimproverò mio padre, iniziai a rispondergli, ma fui interrotta da una comunicazione che ci invitava ad imbarcarci. Ci alzammo prendendo i nostri bagagli a mano e la conversazione si interruppe lì. Una volta seduti al nostro posto iniziai a mangiare il cornetto alla nutella e mi tornò il buonumore immediatamente, «sono contenta di vivere in Italia e poter comprare un vasetto di questo prezioso cibo degli dei ogni volta che sono triste!» pensai tra me e me. «I signori viaggiatori sono pregati di allacciare le cinture» ci ricordò il capitano. Ero prontissima per iniziare la mia nuova avventura nella mia terra natale. Durante il volo i miei genitori si addormentarono, io ero troppo emozionata per poterlo fare e mi limitavo ad ascoltare musica e ad osservarli con orgoglio. Nel 1986 mio padre con il suo modesto stipendio non riusciva a far fronte alle spese e decise, a malincuore, di lasciare la sua Turchia per raggiungere in Germania suo fratello che si era trasferito con la moglie otto anni prima per cercare fortuna. Non giunse mai a Berlino, si fermò a Roma affascinato dalle meraviglie architettoniche dell’Urbe e iniziò a lavorare come muratore nonostante la sua laurea in architettura. Ho pochi ricordi di mio padre da piccola, quando se ne andò avevo solo un anno. Io e mia madre ci eravamo trasferite a casa dei miei nonni paterni così lei poteva andare a lavorare tranquilla sapendo di lasciarmi in buone mani. La domenica in casa era un giorno di festa perché mio padre ci chiamava, mia madre si vestiva tutta elegante cosa che non faceva durante gli altri giorni forse perché il suo lavoro consisteva nell’assistere una ricca signora anziana. Anche io venivo messa a lucido, solitamente portavo un vestitino bianco con dei ricami blu, regalo di mia nonna materna che non potendoci ospitare per via delle dimensioni della casa e del suo lavoro, contribuiva con vestitini cuciti da lei. Alle quattro in punto i miei nonni, mia madre ed io ci mettevamo intorno al telefono aspettando la fatidica chiamata, alle volte aspettavamo anche un’ora così, ma alla fine la nostra attesa veniva ricompensata. Al primo squillo tutti tiravano un sospiro di sollievo, mia madre alzava la cornetta e puntualmente si metteva a piangere facendo piangere a sua volta mia nonna e alla fine anch’io iniziavo, così mio nonno mi prendeva in braccio e mi portava via per non disturbare la telefonata. Mia madre spesso si diverte a raccontare i suoi innumerevoli sforzi per insegnarmi la parola papà , qualsiasi oggetto era diventato per me papà , ma mio padre questo non lo sapeva perciò si commosse particolarmente quando al telefono pronunciai la fatidica parolina magica e tutta la famiglia si rallegrò con mia madre per aver compiuto il tanto atteso prodigio verbale. Ogni mese mio padre ci inviava una lunga lettera e ci raccontava del posto dove viveva, delle amicizie fatte e del suo lavoro. Ogni tanto arrivavano dei piccoli pacchetti: una volta mi inviò un coniglietto di peluche e dei vestitini colorati e alla mamma arrivarono dei libri di grammatica italiana che iniziò a studiare subito. Tre anni dopo la sua partenza arrivammo in Italia con numerosi sacrifici e lacrime dei miei nonni che non volevano separarsi da noi. Ricordo di aver pianto molto quel giorno, come mia madre del resto. Atterrammo a Fiumicino in un clima surreale: quel giorno era caduto il muro di Berlino, una nuova storia stava per essere scritta, ma ero troppo piccola per potermi accorgere di questi grandi sconvolgimenti politici. Mia madre racconta sempre di aver visto mio padre da lontano che camminava su e giù, quasi disperato, quando ci vide ci corse incontro abbracciando mia madre per dieci minuti mentre io le tiravo il vestito. Posso dire di aver incontrato mio padre per la prima volta quel giorno in aeroporto. Si abbassò verso di me che mi nascondevo dietro la lunga gonna nera di mia madre quasi intimorita da quella figura silenziosa che mi fissava con gli occhi lucidi. Appena iniziò a parlare gli chiesi «sei tu il signore del telefono?». Mio padre annuì leggermente e mi abbracciò. Benedetta Vacri
|

















Commenti