IL PONTE SETTE ARCHI
Prologo
Insufficiente ricostruzione storica, forse favola, sospetto racconto fantastico, romanzo mancato per pigrizia, se novella lo sapremo alla fine, di certo almeno racconto, giusto pochi personaggi, il troppo stroppia e crea caos e folla, non leggeteci alcun intento politico o quant'altro poiché le intenzioni del narratore non erano queste, divertente a tratti, ci soffermiamo soltanto sulla definizione del dizionario al lemma ponte: “struttura utilizzate per superare un ostacolo naturale o artificiale...”
Capitolo 1
Laddove si descrive l'interesse in sé della storia e si passa in rassegna dei protagonisti.
Di questa storia il narratore sin dalle prime righe sarà costretto a chieder venia al paziente lettore, giacché poco o nulla egli ha potuto verificare, essendo al tempo della trasposizione testuale tutti deceduti, protagonisti e testimoni, e del ponte più alcuna traccia materiale. Dicerie, mezze parole, farfugliamenti e rumori di sedie, costituiranno l'argilla di questo piccolo vaso che, anche se con qualche crepa, agli occhi è pur sempre dotato di una gradevole estetica. Il narratore se sa far bene il suo mestiere dovrebbe informare il lettore del tempo e luogo dell'azione, ma di questo si asterrà: per non lasciare che qualche puntiglioso lettore si mettesse alla ricerca di riscontri storici. Il luogo, quindi, lo celiamo ma diciamo che si tratta di un'isola, che da ora in poi sarà indicata con una “I” maiuscola, tale Isola, come ben si addice ai nomi propri; sul tempo diciamo qualcosa in più: all'epoca dei fatti, nessun ferro vecchio solcava le strade, e gli unici ferri erano quelli che finivano sotto gli zoccoli dei cavalli; bisogna però aggiungere una nota storica: sappiamo che in quel tempo l'Isola era divisa in fazioni in guerra tra di loro, e che era infestata da morte, peste, fame, pestilenze, e tutte quei simpatici effetti di cui la guerra, già drammatica in sé, porta ingorda di disgrazie e dispiaceri. Sbrigati il tempo e il luogo, al narratore che sa far bene il suo mestiere, non resta che introdurre il protagonista. Essendo un racconto e non un romanzo, non ci soffermeremo sull'infanzia, diciamo solo che, secondo la nostra opinione, le sue amicizie, la sua educazione, il rapporto coi suoi genitori, i giochi a cui si dedicava durante l'adolescenza, non ebbero concorso in alcun modo nella sua scelta di vita trattata in questa sede, e quindi il narratore li salterà in toto e non ci tornerà più. Il marchese, d'ora in poi il Marchese, essendo tale, era una persona ricca, d'antico e superbo lignaggio, dal casato illustre e d'antenati eccelsi nell'arte guerriera, tenutario di molte terre e proprietà ma non li quantificheremo perché sarebbe un inutile esercizio contabile. Ci limiteremo ad elencare cosa questi terreni producevano: grano, olive, uva, mandorle, albicocche, verdure, e molte altre piantagioni, note e poco note. Tralasciamo una descrizione completa del fisico e dei colori del suo aspetto; in questa sede, prenderemo nota solo del corpo smilzo e degli occhi svegli sempre in movimento, pronti ad afferrare ogni minimo particolare, che se a molti poteva apparire insignificante, per il Marchese costituiva una scoperta emozionate come il Nuovo mondo. La notevole energia lasciava atterriti gli osservatori esterni, che si chiedevano da dove potesse generarsi dato il fisico gracile. Passiamo all'altro protagonista. Nessuna mente superba e brillante sarebbe tale senza un fedele assistente, che ne ammira la forza immaginativa e che per questo l'assiste con pazienza, costituendone il lato pragmatico e reale, l'anello di congiunzione, tra un mondo ricco e geniale e la realtà povera. Il nostro Sancho Panza, l'eterno secondo, il gregario che ad ogni capriccio del padrone è in prima linea a dire “Non si può fare!” ma che poi lo asseconda coi fatti, mostrando una segreta ammirazione e invidia, per idee talmente al di fuori del comune, che la natura ha malignamente sottratto al suo più povero intelletto, il nostro, dicevamo, sarebbe un maggiordomo, sarebbe perché in realtà è un tuttofare, guardia del corpo, contabile, assistente, guidatore di carrozze e cavaliere, cuoco, arrotino, palafreniere, fattorino, e quant'altro. Lo chiameremo Maestro, non nell'intendimento scolastico, ma come maestro di casa, ma anche perché il narratore vuol donargli alcune caratteristiche, dato l'eclettismo, non comuni tra i maggiordomi. Per venir incontro alla memorizzazione del racconto da parte del lettore, il Maestro, per contrapposizione, sarà un uomo grasso e dagli occhi stanchi e pazienti, con qualche linea di pappagorgia, un po' più basso del padrone, non che avessimo problemi nel descriverlo alto, bello, slanciato e con gli occhi azzurri, ma così il lettore immaginandone uno potrà visualizzare celermente l'altro, dato anche che la descrizione fisica in parte non è che la traduzione in termini fisionomici del loro genio. Essendo che i personaggi secondari, in un racconto, vanno e vengono, come clienti di un albergo, li citeremo nel corso della narrazione.
Marco Panzica | |