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TU NON LO SAI DA DOVE VENGO - Francesco Randazzo PDF Stampa E-mail
Giri di Parole 2009 - Incipit - Romanzi

 

TU NON LO SAI DA DOVE VENGO
 
 

È un vecchio, un vecchio bastardo e distratto, un vecchio alto e tremante, un vecchio con delle braccia lunghe e le mani affusolate che brandiscono l'aria, come se volesse afferrare qualcosa o bloccare la mia auto che quasi lo investe, io quasi lo investo e pianto una frenata spaccareni, e lui mi guarda stupito e altezzoso, con una faccia da culo centenaria, fa per attraversare ma ci ripensa e si piazza davanti al parabrezza e agita le mani, abbassa la testa, la inclina come se mi pregasse di qualcosa e io sono un cretino ché mi fa pena e gli faccio cenno di girare dalla parte del finestrino e lui ci va, in un tempo biblico, e quando arriva da una botta sul vetro, forte, e io penso che ha dato un colpo d'arroganza ma invece in un secondo capisco che s'è appoggiato di scatto perché stava cadendo e nemmeno il tempo di pensare questa cosa e d'abbassare il vetro del finestrino che già lui sta con la faccia incorniciata in primo piano e mi dice: Via Canfora 91, per favore, mi ci porta?
Che sia maledetta l'Azione Cattolica e quegli anni d'idiozia adolescenziale passati in parrocchia a fare volontariato e a innamorarmi di ragazzine buttanelle che pomiciavano con tutti tranne che con me, che sia maledetto questo cuore di marmellata che c'ho e m'impietosisco sempre quando dovrei farmi i sacrosanti stracazzi miei e tirare dritto, che sia maledetto questo mio spirito di sinistra buonista e socializzante, con la coscienza civile che mi sprizza fuori da tutti i pori e bagna tutti gli sfigati che mi stanno intorno che poi si vengono a strusciare sopra di me come a un santo fesso che li deve accontentare, quando a me con tutti gli stracazzi di problemi che c'ho a sfangarmi la vita in questo mondo di merda, in questa Italia di merda, nessuno mi si caga di pezza mai!
E così, l'ho fatto salire. S'è seduto, barcollante ma dignitoso come un Lord decaduto perché da quando quella buttana della sua Ladychatterly l'ha cornificato e sputtanato le cose gli sono andate a catafascio e ora è un vecchio rincoglionito che si piscia addosso e va girovagando per la città senza sapere più dove si trova. E difatti puzza. Una puzza di stratosferica entità, un fetore di piscio e sporcizia, che gli lievita dal corpo ai vestiti fino alla poca aria che l'abitacolo riesce a contenere e io mi sento come l'ozono nell'atmosfera quando lo bucano. Prima ancora che riesca a premere l'interruttore elettrico dei finestrini, per tentare di non vomitare per quel tanfo che mi strozza la gola, lui mi tende la mano e si presenta. È una mano vecchia, grinzosa, con le vene in rilievo ma secche secche come fili di ferro arrugginito, una mano pallida biancogiallastra, puzzolente anche lei, nella sua alterigia di ex bella mano affusolata dalle dita lunghe, con la nostalgia della sua nobiltà perduta costretta alla vicinanza con quel corpo in abbandono. Gliela stringo e mi presento anch'io. Nessuno dei due già si ricorda il nome dell'altro. Non ci chiameremo mai per nome. Siamo soltanto due presenze, in un'auto. Diretti verso una destinazione, Via Canfora 91, dove ci divideremo e dopo andrò a far lavare la macchina, mi farò una doccia bollente strofinandomi a sangue col sapone allo zolfo per cancellare tutta quella puzza che già lo sento mi sta impregnando pelle e vestiti, e con l'acqua e con la puzza se n'andrà via anche il ricordo di quel vecchio relitto senza nome.
Apro il finestrino, anche il suo, con la scusa che la giornata è calda pure se siamo a fine ottobre, sgommo e riparto ché intanto dietro di noi s'è formata una fila di macchine in attesa e dopo i primi due minuti di pazienza perché hanno visto il vecchio che saliva in macchina come un bradipo penoso, si sono rotti la minchia d'aspettare ché loro sono giovani e non vogliono invecchiare in una  cazzo di fila che s'è formata per aspettare uno che se tutto va bene già prima di Natale sarà morto, vabbè la pazienza, vabbè l'umana comprensione, ma 'sti cazzi, a 'na certa età che strafottuto motivo c'ha 'sto rinco per girare in strada e bloccare tutto come se oltre alla sua vita si dovesse fermare anche quella degli altri? Fanculo, tutti, fanculo 'sti stronzi dietro, fanculo 'sto vecchio puzzolente, fanculo a me che l'ho preso su.
Che lavoro mi ha detto che fa?
Pure paraculo il vecchio. Io non gli ho detto niente. Sa parlare. Usa la retorica. Avrà studiato a suo tempo e adesso è l'unica arma tosta che c'ha. Parla bene, strafottutamente bene. Mi sta sul cazzo, ma mi piace quest'astuzia linguistica, perciò gli dico che lavoro faccio. Lui non fa una grinza, ma si capisce che 'sto lavoro lui non l'ha mai considerato un lavoro e perciò nella sua testa io non faccio un cazzo per vivere. Via Canfora 91, mi ripete. Va bene, mi è di strada. Mi scusi, mi scusi. Mi scusi di che? Non si preoccupi. Vada di là. E indica il viale che già stiamo percorrendo. Io la zona non la conosco bene. È piena di sensi unici, volte e giravolte, ma so dove dobbiamo andare. Però gli do retta. Vada su. Ci vado. Ma di qua si sale alla circonvallazione, che c'entra con Via Canfora? Si irrita quando glielo dico e batte la mano su per aria con un gesto tedesco che dice Non rompere il cazzo ragazzo e fai come ti dico.
Stiamo sbagliando strada. Io lo so. E pure lui. A destra, vada a destra di là, Via Canfora 91!
No. Non possiamo andare di là, è senso vietato. Ma è Via Canfora! Non è Via Canfora. Ha ragione. Scusi, scusi, scusi. Si lamenta basso, cala la testa e s'umilia. Un'ondata di puzza di piscio raffermo svolazza verso di me e mi trivella le narici. Ma perché l'ho fatto salire? Perché? Abbia pazienza, abbia pazienza, Via Canfora 91, di là. Ma no, torniamo indietro. E faccio un'inversione ad U di quelle che se ti becca la polizia stradale ti straccia la patente a morsi e poi te la sputa addosso masticata e inutilizzabile. Ma che fa? Che cazzo faccio, vecchio stronzo disorientato, che cazzo faccio, penso. Torno indietro. Va bene, va bene, scusi, Via Canfora, devo andare a casa, Via Canfora 91. Andiamo giù per una discesa, poi ad un semaforo rosso mi fermo. Quanto puttana dura 'sto rosso, è una tortura perché appena mi fermo il fetore dilaga feroce. Di là, di là, a destra, a destra, Via Canfora 91. E io come un coglione, pur di muovermi, che a destra c'è la svolta col semaforo verde, cambio corsia di scatto e giro a destra.
Mentre lo faccio lo so che è sbagliato. Lo so. Ma lo faccio. Per smuovere l'aria e sentire meno la puzza. Ma anche per lui. Gli obbedisco porca zozza, faccio quello che mi dice, come un figlio coglione obbedisce a un padre autoritario anche se gli ordina stronzate. Lo faccio perché quando mi dice dove andare cambia, è più sicuro, più in sé, meno vecchio, più uomo, è uno che sa cosa vuole e dove va. Sembra così almeno. In realtà proprio allora sta delirando totalmente, non ha la più pallida cazzona idea di dove siamo e dove stiamo andando. Ma io ci vado. Ce lo porto. Nel labirinto della sua memoria crivellata.
Ci muoviamo come in un deserto dove nessun segno traccia la strada se non il tuo passaggio, intorno a noi i palazzi sono dune di sabbia dalle forme illusorie e mutevoli che sembrano quel che non sono, ti sfuggono, sembrano tutti uguali, talmente uguali che è come se non ci fossero e seguiamo le tracce di sentieri sbiaditi che a mala pena si riconoscono dai segni quasi spariti che qualcun altro ha tracciato prima di noi. C'è un sole di primo pomeriggio siciliano che produce miraggi. Il vecchio li vede. Io li seguo, gli vado incontro. Per il gusto sadico di vederglieli sparire. Siamo in un vicolo cieco, una strada morta, piena di macchine parcheggiate sui due lati. Non è qua, dico. No, no, Via Canfora, è questa. E guarda intorno, alza la testa, la gira, sta per arrendersi ma poi vede una viuzza nascosta dietro l'angolo di un palazzo, cazzo non me n'ero accorto nemmeno io. Di là, di là, al 91. Via Canfora 91. Mi sto rompendo il cazzo di 'sto mantra. M'imbuco nella viuzza.
Trenta metri scarsi e un cancello privato. Chiuso. Al numero 23 della Via chenonc'entrauncazzoconviacanfora! Mi fermo. Lui è sconvolto. Gli hanno spostato la strada, gli hanno cambiato il palazzo, il numero, la via. Il silenzio suona una nota d'oboe grave e prolungata, una nota grigia che presagisce il buio. Siamo in ombra. La strada è in ombra. Il palazzo e il cancello sono in ombra. Pure la puzza del vecchio, s'ombreggia d'umidità oscure, s'appanna gravemente sulla tappezzeria della mia vecchia Clio che ormai ha adottato lo sgomento e l'odore di quell'essere farneticante.
Lui sta guardando davanti a sé. Si vede mentre esce di casa, la mattina presto. È ben vestito. Elegante. Ha un passo deciso, altero. È padrone di sé e della sua vita. Si sente forte, sicuro, invincibile. Lo vedo anch'io. È uno che non chiede mai niente a nessuno. Uno che comanda. Va al lavoro, non so che cazzo di lavoro, ma è un capo, uno che dispone, uno che sa e che fa. E va. Ma non è più possibile. Non qui, non ora. Siamo fermi. In un deserto. In una buca nel deserto. Affossati.
Tiro su un sospiro come un rantolo, trangugio tonnellate di cattivo odore, ingrano la marcia indietro e riparto.
Scusi, scusi. Le sto rompendo il cazzo. Ma no, che dice. Un vecchio rincoglionito che rompe il cazzo. Sia gentile, abbia pazienza. Via Canfora 91. Io abito lì.
Mi fa orrore. Mi fa pena. Ho paura che si metta a piangere, perché mugola e sbuffa, combattutto tra l'umiliazione e la stizza contro se stesso. Via Canfora 91, ripete e ripete. Io abito là.
Sì. Penso. Ma quando?
A Sant'Elena Napoleone Bonaparte, non era più un cazzo di nessuno. S'aggirava per l'isola come un rottweiler mazzolato di botte, faceva finta d'essere ancora uno con le palle, ma intanto il corpo gli si scassava tutto di dentro e si cagava addosso come un vecchio. Probabilmente è morto nella merda. Il sole di Austerlitz, mentre lui cadeva giù dal cavallo bianco del gran quadro agit-prop di David, mentre la porpora e l'ermellino imperiali di Ingres sparivano per sempre tra bende, salassi e cucchiaiate di mercurio, tramontava nel suo letto sporco d'escrementi, vomito e sangue traboccanti dal corpo marcio. E si vedeva davanti alla Sfinge, in Egitto, piccolo,  sopra il suo cavallo, di fronte a quel volto immenso e millenario, tra la sabbia volatile del tempo, fissandosi a vicenda, chiedendosi entrambi, la pietra e l'uomo, la ragione dell'esistenza e della lotta, di cui non resta null'altro che polvere e lenta erosione. Allora gli era parso d'aver conquistato l'eternità, l'aveva guardata con un sorriso di soddisfazione presuntuosa, aveva pensato che fosse sua anche la Sfinge, il suo mistero, la sua immutabilità. Ma a Sant'Elena, tra quelle lenzuola zuppe e puzzolenti, col respiro tranciato dal dolore, aveva avuto il senso e la misura dell'essere umano, del suo consistere fragile, dell'inesorabile declino che tutti attende, della bastarda umiliazione che un corpo può subire, regredendo ad un mucchio di rifiuti putrescenti e ripugnanti, in mostra a tutti, senza dignità, senza più nulla ormai che il desiderio di non esserci più per non dover più apparire nella vergogna di sé e della propria umiliante condizione. La morte dev'essere stata per lui, quel cavallo bianco con il muso pezzato di nero nel quadro di David, un Pegaso che s'impenna sulle Alpi e da lì spicca il volo verso il cielo, il nulla azzurro della liberazione e dell'assoluto.
Guido in mezzo al traffico, mi esaspero, impreco. Anche il vecchio impreca, un po', mi da ragione, ma si vede che sta pensando ad altro. Mi dispiace, mi dispiace, le sto facendo perdere tempo, un vecchio rincoglionito che le fa perdere tempo sono, mi dispiace, Via Canfora 91, voglio solo andare a casa, la prego.
Chi cazzo me l'ha fatto fare? Puzza come una scimmia in una latrina militare e frigna e si lamenta. E d'improvviso mi viene su un'ondata di panico. Se mi muore qua, in macchina? Un casino. Non so nemmeno come si chiama. Me l'ha detto ma non me lo ricordo. Non so un cazzo di lui. Posso solo immaginarmelo. 'Sto cadavere sul sedile, io che chiamo la polizia , quelli arrivano e mi chiedono. È suo padre? Troppo vecchio, no? È suo nonno? No. Un parente? No. Insomma chi è? Non lo so. Un vecchio autostoppista. L'ho preso su dietro Piazza Lanza. Il carcere? No, no, lì vicino. Appunto, vicino al carcere. Ma che c'entra? Non lo so, me lo dica lei? E dove andavate? Mi aveva chiesto di portarlo a Via Canfora 91. E state qua? Da Piazza Lanza a qua siete un bel po' fuori strada per Via Canfora. Lo so, cioè, non lo so, me l'immagino, non conosco bene le strade, non sono di qua. Ah. E di dov'è? Siciliano, ma vivo a Roma da vent'anni. E non conosce le strade di Catania? No. Documenti prego. Ecco. Ah. Nato a Catania. Ma non la conosce. Che fa qui? Qui dove? Gliel'ho detto. No, qui in città, che ci fa? Lavoro qui, per un mese e poi vado via. E nella pausa pranzo prende su un vecchio che le chiede un passaggio? Sì. E sbagliate strada. Sì. E lui improvvisamente muore. Sì. Sicuro? E che ne so, chiamate un medico e fatevi dire se è morto o sta in coma, a me pare morto. In effetti puzza. Se è per quello puzzava anche prima. Abbia rispetto. No, sì, che c'entra, dicevo solo che era messo male, probabilmente era incontinente. E le ha pisciato nella macchina, le ha insozzato il suo bel sedile, lei s'è arrabbiato e l'ha strattonato, d'impulso, con rabbia, troppo, e il vecchio piscione ha battuto la testa contro la portiera o contro il cruscotto ed è rimasto stecchito. Omicidio preterintenzionale. Grave, ma non troppo. Ma che sta dicendo? No! Quello lì manco lo conosco, m'ha chiesto un passaggio, è salito che era già pisciatissimo, puzzava da schifo, ma mi faceva pena, cercavo di portarlo a casa, ma siccome continuavamo a sbagliare strada, s'è arrabbiato, poi s'è intristito, ha pianto, ha detto che era solo un vecchio rompiscatole rincoglionito, mi ha chiesto scusa ed è morto. Ha chiesto scusa ed è morto? Sì. Salga sulla volante. Perché? Salga sulla volante e stia zitto e fermo. Sì. Porca puttana che incubo.
E invece è vivo. Dice forte. Le sto rompendo il cazzo. Stizzito come se dicesse il contrario. Cioè che io gli sto rompendo il cazzo. Che strafottuta raffinatezza 'sto vecchio. Usa le intonazioni da dio. Mi sta dicendo che s'è stufato, che secondo lui sono io a non volerlo portare dove vuole lui, che stiamo perdendo tempo per colpa mia che non conosco le strade e non perché lui ripete 'sto cazzo d'indirizzo come un mantra lamentoso e continua a dirmi d'andare dove cazzo gli gira a lui in quel momento il neurone sfranto che gli è rimasto, perché si convince ogni due minuti che Via Canfora è di là o di qua o di su o di giù e io ce lo porto e lui dice È questa, è questa, ma non è quella neanche per un cazzo e si lamenta ancora e ricomincia la trottola.
Era una giornata normale, merda. Una fottutissima banale giornata come tutte le altre. M'ero fatto i miei giri di lavoro, appuntamenti, pranzo leggero, m'ero pure comprato una giacca figa a 12 euro in un negozio italiano di roba cucita dai cinesi, avevo pure preso un po' di spiccioli dal bancomat e avevo avuto la piacevole sorpresa di ammirare un saldo non in rosso. E me ne stavo tornando a casa, per mettermi in mutande davanti alla televisione a guardare stronzate oppiacee. 'Na meraviglia. Porca zozza, 'sto coso moribondo e svanito che m'ha invaso l'auto e mi sta facendo sbarellare da tutte le parti. C'ho le narici tappezzate di tanfo e mi sto incazzando.
Siamo su un piazzale, no, è una rotonda, una rotatoria della circonvallazione, alla fine c'è riuscito a farmici arrivare, siamo fuori strada come due motoscafi sulle Dolomiti. Faccio il bastardo, mi vendico. Comincio a girare in tondo. Una volta. Due. Tre. Quattro. Cinque... E lui ad ogni svincolo fa di là, poi di là, a destra, Via Canfora 91, è quella, è quella, è quella.

 

 

Francesco Randazzo

 
 
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