Medeu intervista Chiara Caprì, autrice del saggio-inchiesta sulla mafia cinese in sicilia

Medeu: Lanterna nostra…viene da pensare che l’intercultura - a giudicare dalle difficoltà che incontriamo ad intraprendere un dialogo costruttivo con la comunità cinese a Palermo - passi innanzitutto per le vie illegali e mafiose…
Caprì: Quello che fa riflettere è vedere come le mafie italiane riescano meglio a integrarsi e collaborare con le mafie cosiddette etniche. La società civile che dovrebbe possedere gli strumenti culturali per arricchirsi al contatto con l’altro da sé, spesso rimane atterrita da un ancestrale paura del diverso. Come sappiamo dove si innesta la mafia non c’è la cultura, proprio perché le mafie desertificano ogni possibilità di crescita della società, eppure l’integrazione avviene tra le diverse organizzazioni criminali, basata su rapporti di forza, sulla legge del più forte, certo, un’integrazione più istintuale potremmo dire, ma concreta.
Medeu: Questo nuovo fenomeno, in cui le mafie riescono ad intrecciare rapidamente i propri sistemi di interesse, una sorta di ‘’reciprocità perversa’’ è presente anche in altre regioni? E in Sicilia siamo appena all’inizio?
Caprì: Studiando gli atti processuali di varie procure italiane mi sono accorta che è da ben 18 anni che cittadini della Repubblica Popolare Cinese vengono imputati di 416bis. Spesso le indagini vengono iniziate in una regione e poi continuate in altre come nell’operazione “Full Dragon” del Ros condotta tra il Veneto, la Toscana e l’Emilia che ha anche accertato collegamenti con i trafficanti di droga olandesi. La triade cinese italiana tesse legami con le altre mafie e mantiene i contatti con gli altri presidi delle triadi in Europa e nel resto del mondo. In Sicilia non poteva essere altrimenti. Con un controllo territoriale così capillare e perentorio di Cosa Nostra, l’organizzaione criminale cinese non poteva non stipulare un accordo di non belligeranza, ma di scambio reciproco di favori…
Medeu: Le donne che ruolo hanno nei ranghi della mafia cinese?
Caprì: Quando la triade era una società di mutuo soccorso, anche alle donne era permesso entrare a far parte dell’organizzazione, evento che segnò un gran rottura rispetto alla cultura tradizionale cinese. Attualmente “i capi bastone”, coloro i quali traghettano i clandestini a destinazione sono sempre uomini. In molte intercettazioni si è potuto rilevare però una sempre più attiva presenza di donne come corrieri di passaporti e come sodali accompagnatrici negli spostamenti europei.
Medeu: A rischio di apparire banali...ma perché una studentessa di medicina decide di occuparsi di questi temi?
Caprì: Ho avuto la possibilità e la curiosità di approfondire certe tematiche e sono riuscita a tracciare un quadro dell’attuale situazione criminologica italiana; farne un libro mi sembrava il modo migliore per poter diffondere le mie ricerche. La professione di medico per definizione come tutte le professioni d’aiuto, è più vicina all’uomo ed alle sue problematiche e spesso nella storia della letteratura troviamo medici o futuri medici che virano sulla scrittura.
Medeu: Nel corso del lavoro di analisi che idea si è fatta della comunità cinese a Palermo? Ci sono appigli per affrontare insieme a loro un percorso di emancipazione?
Caprì: È una comunità molto giovane, specchio perfetto però delle altre comunità cinesi sparse per l’Italia, come età anagrafica, composizione familiare, etc… Prima di affrontare qualsiasi tematica delicata bisogna innanzitutto capire come ottenere fiducia dalla comunità cinese palermitana. Peculiarità della comunità cinese è l’essere distaccata e quasi indifferente al contesto in cui vive, per scarsa fiducia o appunto indifferenza. Occorre comprendere che nella nostra era globalizzata siamo cittadini del mondo e come tali dovremmo riuscire a trovare, in senso metaforico, il koinè dialectos della nostra epoca.
Chiara Caprì “Lanterna nostra” Navarra Editore, pagg. 176
Redazione Medeu.it 29/11/2010 |