SU "SIGNOR GIUDICE, MI SENTO TRA L'ANGURIA E IL MARTELLO", GIORGIA OCCHIPINTI PER DISSONANZE.IT
Dicono di noi - Signor giudice, mi sento tra l'anguria...

Il 10 febbraio, alle ore 18, presso la libreria Flaccovio di via Ruggero Settimo si è svolta la presentazione del libro di Lino Buscemi e Antonio Di Stefano: “Signor giudice, mi sento tra l’anguria e il martello. Stupidario - ma non solo - di Cosa Nostra”. Come  evidente dallo stesso titolo, l’intenzione degli scrittori è quella di ironizzare sulla mafia,rompendo gli schemi canonici, gli stereotipi secondo cui un argomento di tale portata, debba essere affrontato con serietà.


Il riscontro è immediato: l’umorismo non risulta solo una nuova chiave di lettura ma rende gradevole e amena l’informazione e ciò che suscita il riso inevitabilmente crea curiosità nel lettore e aumenta il suo interesse.

 

Il libro è una raccolta di aneddoti, di strafalcioni grammaticali dei boss, di citazioni bizzarre ed esilaranti relative a mafia ed antimafia, che riescono a rendere in maniera originale, più immediata e più vicina al quotidiano una realtà, purtroppo, ancora molto radicata nella società .
Il testo non è un saggio né un documentario, ma attraverso il riso, il sarcasmo e l’ironia riesce in modo più diretto a far presa sul pubblico e, contemporaneamente, a denunciare e informare sui fatti.
L’intento palese degli autori è quello di sensibilizzare prevalentemente i più giovani e “l’arma” del riso è la più efficace e “la migliore medicina”.

Per questo si leggono frasi sulla possibile esistenza della mafia come :”La parola mafia deriva dall’arabo mafi che significa non c’è”; o “i mafiosi erano alla mercedes di Riina”; o citazioni dei boss che tentano di difendersi: “Avvocato, mi pare che il pubblico ministero ha la puzzola sotto il naso”.
Emerge così un quadro quasi da farsa, da commedia comica, dove il ridicolo e l’ironia sono provocate dalla sovversione di una “normalità”, di un “ordine” o dalla bizzarria di un personaggio e, attraverso la descrizione di vere e proprie “macchiette”, che fanno amaramente sorridere, viene studiato il comportamento mafioso, di quella gente prigioniera dell’“incultura”.

Da questo spaccato sociale emergono boss “contusi” con la mafia, che per collaborare non hanno mai avuto un minimo “tintinna mento”, donne che goffamente tentano di difendere i mariti; e nemmeno le forze dell’ordine si salvano da questa arringa comica: “Rimaniamo sul posto di blocco in attesa che arrivi il magistrato per interrogare il cadavere”. Sembrano delle vere e proprie caricature, sebbene si tratti di frasi pronunciate e fatti realmente accaduti.
Il riso dunque risulta il miglior modo per divulgare e il risultato più immediato è che riesce anche a tirare su “il molare”!
Durante la presentazione gli autori sottolineano quanto oggi sia necessario l’umorismo e la risata per affrontare la realtà: d’altro canto anche gli aspetti più seri, se osservati sotto un’altra luce, spesso vengono più facilmente compresi e aumentano la fruizione del pubblico.

Evidente, ricordano gli autori, fu il caso della storia d’Italia di Indro Montanelli, narrata spesso in chiave ironica, il cui chiaro scopo era quello di divulgare la storia ad un pubblico più vasto, più “popolare” e di rendere più piacevole la lettura.
Forse non è azzardato pensare che anche nella cultura cinematografica, proprio in questi giorni, si preferisca la scelta di film apparentemente disimpegnati, come “Qualunquemente” di Albanese, per denunciare la realtà odierna.
Già sedici anni fa gli autori avevano scritto ”Stupidario di Cosa Nostra”, pubblicato allora dalla Mondatori e, a distanza di anni, vista la riuscita del primo esperimento e le insistenti richieste dei lettori, decidono di ripubblicarlo.
Il connubio letterario tra i due autori era dunque già ben saldo.

Antonio Di Stefano aveva già scritto uno “stupidario medico” e aveva pubblicato anche “Dottore ho i dolori aromatici” (Mondatori,2000), sfruttando già allora gli equivoci che possono nascere da un uso poco corretto della lingua italiana; poi “Non prenda niente tre volte al giorno” (con Pippo Franco, Mondatori, 2002), “Qui chiavi subito” (con Pippo Franco, Mondatori, 2004), “L’occasione fa l’uomo ragno” (con Pippo Franco, Mondatori, 2007) e “L’ultimo chiuda la morta” (con Lino Giusti, Novantacento, 2008).
L’idea della pubblicazione di uno “stupidario” su un argomento così scabroso come la  mafia è favorita dall’amicizia con lino Buscemi, avvocato, docente di comunicazione pubblica, giornalista pubblicista, dirigente della Regione Siciliana, funzionario ispettore della commissione antimafia dell’Ars, autore di numerosi saggi e monografie, di “Sconosciuti e Dimenticati. Monumenti, luoghi e personaggi di Palermo” (2009).
Il sodalizio tra i due amici, come la mescolanza tra serietà e comicità, tra cruda realtà e umorismo, poteva essere un’ottima chiave di lettura: questo hanno dimostrato gli autori già 16 anni fa e adesso lo ripresentano.
“Ognuno – dice Di Stefano – ride in base alle proprie tradizioni culturali, familiari, sociali”: l’ironia siciliana non necessariamente può essere compresa da chi ha tradizioni diverse dalle nostre; pertanto stupisce l’inaspettato successo editoriale già avuto in passato con il primo stupidario e, la sua diffusione soprattutto al Nord Italia più che al Sud, è un ulteriore riconoscimento per gli autori.
C’è bisogno di ridere, dunque, e il successo del testo ne è una prova: lo diceva anche Fellini, ricordano Buscemi e Di Stefano citando una sua frase: “I comici sono i benefattori dell’umanità”.

Giorgia Occhipinti © riproduzione riservata

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