UNA STORIA AL TEMPO STESSO MAGICA E REALE " QUANDO LE VOLPI SI SPOSANO" | RITA CIATTI SU MENTINFUGA.COM
Dicono di noi - Quando le volpi si sposano

 

Quando le volpi si sposano di Rossana Carturan: una storia al tempo stesso magica e reale, in bilico tra leggenda e verità

“Quando le volpi si sposano qualcosa di straordinario, bello o brutto che sia, avviene a chi lo intuisce”
Una leggenda veneta, una donna che torna sui luoghi della sua infanzia richiamata dall’anziana capostipite della dimora matriarcale in cui è cresciuta, situata in un paesino sperduto della campagna dell’Agro Pontino, un’antica casa dove il tempo sembra essersi fermato; il peso di un passato che ritorna con i suoi rituali di superstizione, regolato da punizioni e decotti di erbe dai poteri pressoché illimitati per curare ogni tipo di disturbo, sia fisico che psicologico; vecchie diatribe familiari che si perpetuano senza sosta, un destino che sembra ripetersi all’infinito; e poi ancora un viaggio a ritroso nel tempo ricordando gli ambienti intellettuali della Francia degli anni venti – quella in cui Paul Valery ed una nobile italiana danno vita ad una rivista letteraria che raccoglie ed ospita gli interventi degli autori più innovativi del momento, tra cui una straordinaria Virginia Woolf – passando per gli orrori della seconda guerra mondiale, rivivendo l’incubo dei rifugiati che tentano di fuggire dai Tedeschi nascondendosi nei cunicoli sotterranei, fino ad arrivare agli anni di piombo, all’avventatezza di atti capaci di segnare una vita per sempre.
Questo e molto altro nel primo romanzo di Rossana Carturan – che riprende nel titolo la leggenda di cui si narra nella storia stessa – torinese di nascita, già autrice di racconti pubblicati in diverse riviste e vincitrice di concorsi letterari, residente a Latina.

Una storia che si snoda, come detto, su diversi piani temporali, ognuno di essi ricostruito attraverso la ricercatezza di una prosa che opportunamente riesce a ricreare la singolarità delle specifiche atmosfere ed epoche storiche. I ricordi infantili di Margherita, protagonista ed io narrante, prendono vita nel ritorno alla vecchia casa di campagna, dove, in un tempo immobile, l’attendono la nonna Esmeralda e le altre donne della famiglia, Assunta, Germana, Irene, Peppina. Qui dovrà scoprire il motivo per cui è stata chiamata e verrà coinvolta, suo malgrado, negli intrighi di misteriose vicende familiari che in qualche modo la riguardano, mentre la cappa di un passato oscuro e difficile da decifrare scende su di lei fin quasi a soffocarla. È davvero brava la Carturan a rendere credibile questa ambientazione dai contorni leggendari per poi riprendere il filo del tempo presente, e poi ancora tornare agilmente al passato padroneggiando la tecnica del racconto dentro il racconto, fino a condurre  il lettore negli ambienti intellettuali della Parigi del ventesimo secolo; qui fa abilmente rivivere il fervore culturale che si respirava all’epoca introducendo personaggi di spicco del panorama letterario, lanciando Paul Valery e Virginia Woolf in sopraffine dissertazioni di natura estetica, mentre arricchisce l’intreccio di scoperte e trovate funzionali al procedere della storia. Ogni rivelazione aggiunge un tassello in più e al tempo stesso apporta spessore ai vari personaggi legittimandone le azioni, le scelte, le idiosincrasie, fino a donar loro quell’umanità che nelle prime pagine era stata sacrificata in virtù di un’eccessiva tipizzazione resa necessaria, e non per difetto, dall’atmosfera leggendaria che apre il racconto (nelle leggende non esistono personaggi, ma tipi, caratteri stereotipati, simboli).
La storia procede così nella Storia, fino ad arrivare ad un tempo a noi ancora emotivamente vicino, quello degli anni bui del terrorismo, ma anche dell’impegno politico e dell’entusiasmo in un’idea di cambiamento sociale e culturale per un mondo più giusto. Arrivati a questo punto la prosa si fa più asciutta, immediata, la Carturan abbandona un certo lirismo intimista per meglio far aderire le parole al susseguirsi degli eventi in una sorta di concitazione che ben rende lo stato d’animo dei protagonisti, per poi pian piano, sul finale, abbandonare quasi il flusso di parole in favore di un’ultima, giusto accennata immagine, che ha la forza di far esplodere una commozione fino ad allora trattenuta.

 

Rita Ciatti
mercoledì, 23 gennaio 2013
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