ARRIVA IL PRIMO LIBRO DI KOM-PA.NET: LUOGHI D'ARTIFICIO - KOM-PA.NET
Dicono di noi - Luoghi d'artificio

Arriva il primo libro di kom-pa.net: Luoghi d'artificio      
Scritto da kom-pa   
giovedì 17 febbraio 2011

L’avevamo in qualche modo preannunciato e lasciato trapelare (ad esempio qui), ma adesso ne possiamo parlare con il risultato del lavoro tra le mani. Uscirà nelle librerie nei prossimi giorni il primo libro frutto dell’esperienza di scrittura ed elaborazione collettiva di Kom-pa.net, si intitola Luoghi d’artificio, narrazioni della metropoli al tempo della crisi, ed è pubblicato da Navarra Editore nella collana Officine [presentazione pubblica 24/2/2011 zetalab]. La scrittura, l’assemblaggio e la cura di questo libro ci hanno impegnati almeno negli ultimi nove mesi, costringendoci a trascurare a volte anche il lavoro sul sito. Era un passaggio quasi obbligato.

A tre anni dalla comparsa di questo spazio virtuale sentivamo il bisogno di fare un bilancio, se pur provvisorio, dell’impegno fin qui profuso, nel tentativo di tracciare le coordinate teoriche e pratiche del nostro lavoro per il tempo a venire. Siamo partiti recuperando alcuni dibattiti che erano già apparsi sul sito (trasformazione della metropoli, mafia light, crisi economica e Mezzogiorno), per poi giungere a scrivere collettivamente un saggio dal titolo Territori in frantumi che occupa tutta la prima parte del libro. In questo saggio abbiamo provato a ordinare tutta una serie di discussioni che hanno animato in questi anni il nostro lavoro redazionale.

Il ragionamento sulla crisi sistemica di questo ultimo decennio è stato lo spazio concettuale all’interno del quale si è sviluppata la nostra riflessione teorica: la crisi economica del capitalismo, innanzitutto, i cui effetti devastanti si sono manifestati in queste ultime settimane travolgendo non soltanto le capitali europee, da Parigi a Londra, da Roma a Dublino a Tirana, ma anche le capitali del nord Africa, il Maghreb, dal Cairo a Tunisi. Insieme a tutto ciò la crisi ambientale, che sta martoriando sempre di più l’ecosfera saccheggiando le risorse naturali e rendendo saturo di inquinamento il nostro ambiente naturale. E, ancora, la crisi sociale, che si manifesta nella forma del disagio e dello sradicamento, dell’estraneazione e dell’individualismo competitivo. Una vera e propria crisi di civiltà che connette locale e globale proprio perché agisce contemporaneamente su più livelli e a più dimensioni.

 

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Noi, in questi tre anni, abbiamo provato ad aggredire questi ineludibili nodi del tempo presente provando a connettere l’analisi dei problemi territoriali e dei fenomeni locali con le grandi tendenze generali ed i processi della lunga durata. Gli esempi da fare sarebbero numerosi, tanto vasto è stato il raggio di azione che abbiamo provato a contemplare. Dalle questioni, per noi centrali, dell’impoverimento del Mezzogiorno ai temi della spoliazione e della distruzione delle risorse naturali che stanno alla base dei progetti di realizzazione di inceneritori e rigassificatori. Dai temi dell’accoglienza dei migranti a quelli sulla natura securitaria di provvedimenti che sono situabili lungo la china di una regressione autoritaria e sempre più dispotica del nostro paese. Dai nodi irrisolti di un autentico e posizionato impegno antimafia a quelli altrettanto ingarbugliati della costruzione di un nuovo immaginario, per quanto è possibile, non assoggettato ai dispositivi del potere. Dalle riflessioni sul lavoro e sulla sua assenza a quelle sulla scuola ed il sapere immateriale. Dalle discussioni sulle forme del conflitto all’analisi dei movimenti di lotta. E inoltre la storia, il cinema e la letteratura, l’esperienza estetica nelle sue più svariate forme, l’arte e la musica. Il tutto, provando ad adottare uno sguardo obliquo, trasversale. Adoperando un paio di lenti che sapesse fare tesoro della contaminazione dei linguaggi e dei saperi, dell’ibridazione dei contenuti e degli approcci. Soprattutto, sforzandoci, con tutti i limiti di cui siamo portatori, di coniugare sempre la teoria e la pratica.

Da questa sorta di laboratorio di lavoro collettivo, sempre in progress, è maturata una certezza: quella della necessità che debba essere coniato, e della possibilità che possa essere elaborato, un pensiero critico nuovo ed all’altezza delle sfide che ci pone di fronte il contemporaneo. Il tentativo ambizioso e immodesto, quasi sfrontato, di declinare, senza perdere la memoria per ciò che di buono è stato, un punto di vista collettivo radicalmente altro dalle costruzioni ideologiche dominanti, ed in particolare antitetico ai fondamentalismi che articolano in vario modo il leitmotiv del pensiero unico. Contro dunque, da un lato, il fondamentalismo del mercato, che pretende di realizzare, nella forma dell’ideologia del libero scambio, un unico spazio liscio della reificazione e della mercificazione, una grande narrazione ideologica e totalitaria fondata, paradossalmente, sul presunto crollo di tutte le ideologie. Dall’altro, una visione del mondo irriducibile ai fondamentalismi religiosi, agli integralismi etici e teocratici, alle narrazioni che vagheggiano di etnocentrismi e nazionalismi, di spazi vitali puri e di territori naturali dal sapore edenico e incontaminato.

Si è fatta avanti, insomma, l’esigenza di un racconto collettivo e situato, a partire dal quale posizionarsi. E non poteva trattarsi, vista la complessità della prova, che dell’articolazione di risposte collettive che sapessero elaborare strategie complesse e multidisciplinari, saperi liberi e non orientati, possibilmente, dallo specialismo settoriale dell’Accademia. Saperi che sapessero mettere a valore registri stilistici disparati e che fossero situati all’incrocio tra molteplici discipline, che facessero dell’intersezione fra spunti e riflessioni settoriali il proprio specifico. Nel tentativo di decostruire il mostruoso del fondamentalismo, nell’accezione che ne abbiamo dato, ma anche di elaborare una sapienza critica nuova volta alla libera realizzazione ed emancipazione delle soggettività individuali e collettive.

E allora da qui è diventato possibile scoprire che non è vero che nei territori, a Palermo e in Sicilia in particolare, nulla è cambiato nel corso degli ultimi decenni. Anzi, sembra essere vero proprio il contrario. Le nostre città, i nostri quartieri, i nostri luoghi, sono stati profondamente trasformati, investiti da un modernizzazione capitalistica che si è estesa al punto da coincidere praticamente con l’estensione di un mercato mondiale dispiegato sull’intero globo. Se si vuole interagire con il proprio tempo occorre partire proprio da qui: dal fatto che sotto i nostri occhi, senza che si sia prodotta un’acuta consapevolezza di tutto ciò, la rapidità dei cambiamenti e la mutevolezza dei paesaggi, di potere innanzitutto, rischia di sprofondarci nella passivizzazione o nell’isterico urlo di un minoritarismo ed un volontarismo fine a se stessi. Quando invece per le strade e tra i vicoli, per le piazze e tra i quartieri affiorano i conflitti di territori mai pacificati, emergono i desideri  di processi di soggettivazione, si fa avanti l’insorgenza della moltitudine. Certo, ancora troppo poco di fronte a dispositivi che mirano alla spoliazione totale, all’espropriazione e alla sussunzione reale dell’individualità. E tuttavia, pur in assenza di un resistenza organizzata e consapevole, e senza che ci si voglia volgere verso l’attesa messianica di una impensabile redenzione collettiva, segnali di una possibile riscossa. Ecco, è proprio a questa riscossa che il libro vuole contribuire.

 

17 febbraio 2011

Tratto da kom-pa.net

 
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