"SCIMMIE" DI ALESSANDRO GALLO - MENTEINFUGA
Dicono di noi - Scimmie

Nell’estate del 1985 Pummarò, Panzarotto e Bacchettone, hanno un obiettivo: puntare al Vomero, quartiere altolocato di Napoli, individuarne una zona e darsi da fare per farla propria, così da avere anche loro un proprio marciapiede da comandare; hanno solo quindici anni ed hanno capito che se nella vita le cose girano per un solo verso, allora tanto vale mettersi l’anima in pace e cercare di ottenere la propria fetta di torta. La parola Camorra per i tre protagonisti quindicenni di Scimmie, tre ragazzini che si atteggiano, imitandoli, ad adulti – tentando di entrare nel loro mondo di cui a stento conoscono le regole – significa questo: ottenere il rispetto del quartiere e l’ammirazione sconfinata dei più piccini, soldi facili e donne che cadono ai piedi, relax in bei posti di mare, infine “diventare i padroni di questo cemento che ci circonda”, non fare come i loro genitori che in silenzio abbassano gli occhi e pagano il pizzo, ma stare dalla parte dei vincenti, in una città-giungla dove vige la legge del più forte.

Scimmie. Copertina. Foto Salvatore Marcello

Alessandro Gallo, con il suo Scimmie – oltre ad aver vinto il concorso Giri di Parole indetto dalla casa editrice Navarra Editore – riesce nell’arduo compito di coniugare romanzo di formazione e scrittura di impegno sociale, raccontando una crescita che è al tempo stesso interiore – un voler prendere confidenza con il mondo degli adulti anche attraverso l’iniziazione, in qualche modo obbligata, al sesso (cap. primo) – e poi sociale ed etica – attraverso l’improvvisa presa di coscienza, che avviene nell’arco di una sola notte, della terribile realtà della Camorra.
Il romanzo è liberamente ispirato – nonché dichiarato omaggio – alla figura del giornalista Giancarlo Siani, ucciso il 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del Vomero, a soli 26 anni compiuti giusto qualche giorno prima.
Si chiama infatti Giancarlo anche il giornalista la cui prima apparizione nel romanzo avviene nel bar dove, richiamando l’attenzione dei tre Pummarò, PanzarottoBacchettone, intenti a gustarsi un gelato, tenta di spiegare loro, in maniera semplice e sintetica – avvalendosi dell’efficace metafora della torta -  cosa sia la Camorra (pagg. 27-28):
- Sì, tutto questo per la fetta più grande! Una fetta che una volta che il festeggiato l’ha ingerita è come se avesse ingerito l’intera città. I vicoli, i monumenti, le strade, ma soprattutto l’intera popolazione.
- E che ci resta?
- Solo la merda. Sì, solo la merda! Perché chi pensa che per vivere meglio bisogna mangiarsi la città allora in testa ha solo la merda.

Alessandro Gallo. Foto Valeria Mazza. 2011

Gallo utilizza poi due diversi espedienti narrativi, cui affida anche una funzione tragica, attraverso i quali delinea il destino di due dei personaggi, giungendo infine a far convergere tutto il pathos narrativo nell’incontro tra il giornalista e il quindicenne Pummarò: incontro in una sera di fine estate, una sera che si farà notte e che lascerà il posto al giorno in cui dovrà compiersi il destino dei due.
E’ quella la notte in cui a Pummarò verrà mostrata la cruda realtà dei traffici della Camorra – perché ogni esperienza formativa che si rispetti non può che passare attraverso l’acquisizione di un proprio patrimonio esperienziale – la notte che finirà per aprirsi su di lui come una bocca infernale ma salvifica al tempo stesso, che gli porterà via per sempre l’innocenza ed il candore, ma in cui vedrà anche dileguarsi l’ignoranza e la pericolosa fascinazione verso un mondo – quello della malavita organizzata – dal quale ha rischiato di venire risucchiato per sempre. Se nel primo capitolo è il passaggio obbligato attraverso il sesso – seppure più immaginato che realmente consumato – a renderlo adulto, in quello finale è il passaggio attraverso l’inferno a mostrargli una strada che credeva non esserci, a mostrargli che – seppure in una città governata dalla Camorra in cui pare che le cose debbano andare in un solo unico verso – esistono invece anche incroci, biforcazioni, e i divieti di svincolo sono solo mentali.
A guidarlo nello squallore di quell’inferno – che dapprima prende la forma dello sfruttamento della manodopera a basso costo, quella che si sporca di terra e sudore per 15 euro al giorno e poi dello sfruttamento della prostituzione negli anfratti di un hotel grigio e fatiscente – la mano amichevole e forte del giornalista e poi la risata innocente di una ragazzina con il viso impiastricciato da adulta.

Non c’è tempo che possa cancellare il dolore, indelebile, di un’estate che se ne andava definitivamente, lasciandomi ciò che si stava trasformando in qualcosa di diverso, qualcosa che, inaspettatamente, non mi faceva sentire più una scimmia.

Pummarò sperimenta così l’acquisizione di una doppia consapevolezza: quella della vera realtà della Camorra, la quale, a sua volta, mettendolo nella condizione di sapere, di conoscere, lo renderà capace di compiere una scelta; una VERA scelta, l’unica che permetterà il suo vero ingresso nel mondo permettendogli al contempo di recuperare la parte più sana e tutte le emozioni della sua adolescenza.

E’ ammirevole e coinvolgente questo connubio tra genere di formazione ed impegno sociale; scanzonato e divertente l’uso anche di un doppio registro linguistico: quello dialettale, usato nei dialoghi tra i tre quindicenni protagonisti, e quello di un italiano diretto e limpido che si avvale di metafore facili ma efficaci.
Ed ecco, a proposito di metafore, sento di dover fare un unico appunto: la condizione di questi tre adolescenti – incapaci di comprendere appieno la realtà che li circonda perché troppo direttamente coinvolti dall’interno di essa ed incapaci quindi di avere uno sguardo prospettico alternativo che mostri loro l’essenza di una vera capacità di scelta – viene paragonata a quella di scimmie, nell’accezione di esseri capaci solo di imitare gesti e comportamenti dei loro simili umani, senza tuttavia poter ambire alla complessità e maturità di una specie ritenuta evolutivamente superiore – ed infatti Pummarò smette di sentirsi scimmia nel momento in cui apre gli occhi, comprende la realtà della Camorra e sceglie di allontanarsene, di divenire altro, non più desideroso di imitare un mondo del quale, fino  a pochi giorni prima, aveva subito tutta la fascinazione e, sul finale, sebbene con tono molto affettuoso, definisce i bambini – queste creature non ancora definite, in via di formazione -  “le mie scimmie preferite”; da antispecista quale sono a me viene naturale rifiutare qualsiasi analogia che in qualche modo – per connotare in maniera dispregiativa, negativa, o anche, come in questo caso, direi neutra, ma comunque ad indicare una non ancora raggiunta maturità -  metta a confronto gli esseri umani con gli animali, anche perché ogni animale porta egregiamente a compimento quella perfezione di caratteristiche ed intelligenza che gli è propria come specie e fare paragoni tra specie diverse non solo è scientificamente inesatto, ma anche eticamente discriminante.
Ecco, se il titolo fosse stato diverso e se non ci fosse stata l’analogia tra uomini ed animali – che è sempre espressione di specismo, anche quando non raggiunge i toni dispregiativi – avrei accolto Scimmie in maniera totalmente positiva.
Considerazione tutta mia che nulla intende togliere però al valore letterario oggettivo del romanzo di Alessandro Gallo, cui riconosco – come già scritto – il pregio di aver coniugato una storia avvincente e formativa – tragica ma a tratti anche lieve e scanzonata – con tutta la serietà di un impegno civile.

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Scimmie di Alessandro Gallo

Categoria: SCRITTURE

lunedì, 2 gennaio 2012

di Rita Ciatti

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