AFFAMATE DI GIUSTIZIA - CTZEN
Dicono di noi - Ho fame di giustizia

AFFAMATE DI GIUSTIZIA


A vent’anni dalla prima pubblicazione, torna in libreria “Ho fame di giustizia, la rivolta delle donne a Palermo contro la mafia” di Angela Lanza che racconta la storia del gruppo di siciliane che per un mese digiunò dopo la morte di Falcone e Borsellino. Per cibarsi di vita e verità

Giusi Catalfamo, Virginia Dessì, Daniela Dioguardi, Mimma Grillo, Angela Lanza, Simona Mafai, Bice Mortillaro: questi sono solo alcuni nomi delle donne che il 22 luglio 1992, a tre giorni dall’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta decisero di riunirsi in piazza Castelnuovo, la più centrale di Palermo, per digiunare (ognuna per tre giorni, a rotazione) contro la violenza della mafia, la presenza nelle posizioni di potere di personalità accusate di collaborazione con la malavita e di omicidio per aver lasciato la via D’Amelio priva di qualsiasi tipo di protezione durante le frequenti visite che Borsellino faceva alla madre. Col loro digiuno, quelle donne chiedevano le dimissioni di rappresentanti delle istituzioni e del governo, come il prefetto Mario Jovine, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il procuratore Pietro Giammanco, l’alto commissario per la lotta alla mafia Angelo Finocchiaro e il ministro degli interni di allora Nicola Mancino.

Le testimonianze di alcune delle partecipanti alla protesta sono raccolte in “Ho fame di giustizia, la rivolta delle donne a Palermo contro la mafia” di Angela Lanza, ristampato (e aggiornato con alcuni nuovi contributi e riflessioni) a 20 anni dalla sua prima pubblicazione. Il volume è stato presentato nei giorni scorsi alla libreria Feltrinelli di Catania dall’autrice insieme a Daniela Dioguardi, oggi presidentessa provinciale dell’Udi (Unione Donne in Italia), e Adriana Laudani, avvocato noto anche per essere stata il legale della famiglia Fava nel processo sull’omicidio del direttore de I Siciliani.

L’atto del digiuno costituisce per le undici donne, che nel giro di pochi giorni divennero all’incirca 200, un’affermazione del principio di abolizione del nutrimento “di morte” a cui si era costretti dalla grave situazione di incontrastato potere mafioso, appoggiato ed avallato da una disorganizzazione e disattenzione politica inaccettabili. Per tutte, appartenenti a diversi partiti e linee di pensiero, il digiuno finiva per assumere vari significati che si incontravano, però, nella critica della retorica del dolore delle istituzioni e nella spinta a contribuire a scrivere un capitolo di storia.

"Scrivere è un atto politico" dice Angela Lanza, sottolineando il bisogno di riportare ed imprimere nella memoria comune il contributo e la testimonianza di una forma di lotta e di protesta che smosse la coscienza civile di chi allora, passando da quella piazza, scuoteva la testa, si fermava a guardare, firmava in segno di solidarietà (in soli due giorni sono state raccolte 800 firme, al quinto si era raggiunto il numero di 1700), arrivava a una semplice riflessione: “Se siamo presenti con i nostri corpi, la violenza non passa”. Per questa ragione, Angela Lanza, collaboratrice delle riviste Mezzocielo, Nosside e Segno, decise di riportare in un’opera unica il diario tenuto nel mese di luglio del 1992 e riportare ciò che avvenne per la ricorrenza del 1993.

Dure la parole di Daniela Dioguardi che descrive il proprio digiuno come un atto di ribellione non contro la mafia, bensì contro lo stato vero responsabile di una morte annunciata, anche se col passare degli anni la totale sfiducia rivolta al governo è riconosciuta dalla presidentessa dell’Udi come un errore. Certamente dove penetrava la stanchezza dei partiti, entravano in gioco donne la cui tempra dava molto filo da torcere, ma Dioguardi afferma anche la necessità di appoggiarsi alle istituzioni verso cui bisogna imparare a riporre la massima fiducia.

Il digiuno delle donne vide una prima vittoria il 3 agosto, col trasferimento del procuratore capo della Repubblica Giammanco alla corte di Cassazione, eppure questa iniziale soddisfazione non fu sufficiente a placare il desiderio di creare un mondo in cui la giustizia fosse l’eterna costante. Così, l’interesse di tutte quelle donne si rinnovò anno dopo anno nutrendosi di nuovi obiettivi. "La nostra missione nel 2011 – sostiene Adriana Laudani – è quella di una più consistente presenza femminile in Parlamento", e poiché "una donna nomina sempre un’altra donna", l’altro obiettivo è quello di instaurare una più forte solidarietà femminile, che sembra sostituita oggi dall’ipocrita "maschilismo" di quelle poche donne giunte al potere che si omologano a un sistema che le vuole "maschi in gonnella".

“Vogliamo uomini giusti” urlavano nel ’92 le stesse donne che a distanza di 19 anni modificano il loro desiderio pretendendo invece le “donne giuste”, per migliorare "una situazione governativa instabile, dove mancano gli spazi di democrazia, e dove essi sussistono, aprirli e non permettere più che vengano chiusi".

Tutte le relatrici concordano nell’affermare che, se digiunare non è più sufficiente, combattere adesso significa assumersi la responsabilità del miglioramento, operandolo nel proprio vissuto. Se la bocca non ha fame, la mente di tutte le donne deve essere più avida che mai, smetterla di stare negli spazi adiacenti agli edifici pubblici, iniziare ad entrarci in massa, assumendo le cariche ricoperte esclusivamente da uomini. Bisogna far sentire ogni donna protagonista di un momento storico nuovo, differente e fondato sull’equità tra i sessi. Alcune si spingono ad ipotizzare una "presa di potere" di quelle donne che per troppo tempo hanno taciuto nell’invisibilità, relegate in un ruolo marginale affibbiato loro da chi, per colpa o per incuria, ha scommesso su di un organo di potere al maschile (e ha perso).

Dal 1992 ad oggi il ruolo della donna è certamente migliorato, si afferma sempre più una femminilità intesa nella sua innegabile forza, ma ad Angela Lanza preme aggiungere che la fine del patriarcato non corrisponde alla fine del “maschile”: maschile è infatti il controllo, maschile il governo, maschile il silenzio al quale sono costrette milioni di donne che potrebbero fare altrettanta, e anche più, storia d’Italia e che, spesso, tacciono perché non sono abituate a raccontare cosa hanno fatto e cosa potrebbero ancora fare, rimanendo in una sorta di "passività positiva", che nasconde (e insieme custodisce) un potenziale espresso in silenzio, concretizzato in "quotidiane rivoluzioni" attuate nell’indifferenza altrui.

Tornando agli anni delle stragi, su chi legge il libro il tema della parola sembra abbattersi potente, e la voce, che è proprio ciò che manca in un contesto mafioso, urla e si impone, scandendo la differenza tra tutti i siciliani che hanno parlato senza essere ascoltati e coloro che, invece, nonostante lavorassero nelle case editrici e nei giornali, tacevano come se il coraggio e la creatività non si potessero far avanti. Contro l’informazione di regime il 14 agosto del 1992 (giornata di denuncia delle menzogne sui giornali d’informazione), le donne imbavagliarono i monumenti di Piazza Castelnuovo con gli stessi giornali che, corrotti da una politica di servilismo del potere, nascondevano le parole necessarie e si fermavano agli addolorati commiati di pura facciata.

Lo stesso silenzio di allora, circonda le storie di oggi. Come quella di Lea Garofalo, morta un anno fa, per la quale partirà presto una raccolta firme affinché ci sia almeno una via a Palermo intitolata a suo nome. Questa donna aveva collaborato con la giustizia denunciando l’ex fidanzato Carlo Cosco dell’omicidio di Antonio Combierati (appartenente alla malavita calabrese). Fu torturata e sciolta nell’acido mentre si trovava a Milano, in visita alla figlia avuta con Cosco, il quale partecipò al suo omicidio. E ancora l’oblio minaccia la storia di Rita Atria, diciassettenne in lotta con le proprie origini mafiose, ma supportata dalla cognata Piera Aiello, che la mise in contatto con Borsellino. Nata e cresciuta a Partanna, fu costretta sin dai 12 anni a confrontarsi con la morte: il padre, don Vito Atria, uomo rispettato e temuto in tutto il paese viene ucciso dai nuovi “potenti” coinvolti nel giro della droga lasciando la bambina aggrappata al fratello Nicola, anche lui membro dell’organizzazione. Dopo l’omicidio del fratello e la perdita di Piera Aiello, trasferitasi sotto protezione dello stato per aver denunciato gli esponenti dei clan padroni della zona del Belice, Rita incontra il giudice Borsellino e sfrutta tutte le sue informazioni per vendicare le perdite subite. Costretta a fuggire innanzitutto dalla madre, vivrà in totale isolamento a Roma dove, appresa la notizia della morte di Borsellino, deciderà di suicidarsi buttandosi dalla finestra.

Mentre queste figure eroiche dell’antimafia venivano ricordate all’interno della libreria, in via Etnea si svolgeva il corteo contro la privatizzazione dell’acqua che per un attimo ha fatto sospirare tutte le presenti al pensiero che vi siano così poche persone a partecipare. Soprattutto tra le donne. Eppure questo pensiero non intacca la fiducia delle relatrici nel progresso che le donne possono e devono compiere. Il concetto è semplice: se una parte di Palermo resiste tuttora grazie al ricordo delle “donne del digiuno”, una sostanziale parte di questo mondo potrà resistere grazie all’apporto di una singola donna che alzi la voce e si ribelli all’ingiustizia in tutte le sue forme.

Nel libro, una delle donne a digiuno, Giusi Catalfamo afferma: “E’ il tempo che ci tiene svegli perché appena chiudi gli occhi, qui a Palermo, la tua vita se ne va. Nel fluire del tempo si aprono, come sempre, due strade: l’essere succubi e pensare il cambiamento come qualcosa che riguarda altri che non siamo noi”.

Isabella Calabretta

15.06.2011

Tratto da ctzen.it

 

 

 

 

 
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