UNA VIA D'USCITA (ANTONELLA RENDA) - 100NEWSLIBRI
Dicono di noi - Scrittori in rivolta

Una via d’uscita

 

Appena ho visto in quanti eravamo, per un attimo mi sono sentito male e mi è venuta voglia di scappare via. Eravamo veramente un branco di disperati uniti solo dalla speranza. Ma speranza di che? Il panico stava per bloccarmi

 

Una via d’uscita

di Antonella Renda

Appena ho visto in quanti eravamo, per un attimo mi sono sentito male e mi è venuta voglia di scappare via. Eravamo veramente un branco di disperati uniti solo dalla speranza. Ma speranza di che? Il panico stava per bloccarmi quando ho sentito una mano sulla spalla spingermi con forza verso l’acqua e una voce impormi di camminare, ché anzi dovevo ritenermi fortunato a essermi imbarcato subito. Lo so che molti hanno dovuto ingoiare la rabbia e la delusione di parecchie false partenze prima di salpare davvero, ma che potevo farci io se mi sentivo solo e disorientato, in mezzo a un coro di lamentele e imprecazioni?

Ho invocato Allah e persino il Dio di cui mi ha parlato Padre Carlo, quello della missione, che non so nemmeno che fine abbia fatto. Quando non hai più nessuna certezza, chiunque possa infonderti il coraggio di trovare uno scopo in ciò che stai facendo e che ti sembra completamente insensato, è bene accetto. Certo uno di loro deve avermi ascoltato, se la stessa mano che mi ha spinto verso la barca si è poggiata sulla mia testa e la stessa voce che mi ha quasi deriso per la mia “fortuna” ha cercato poi di consolarmi, assicurandomi che il posto in cui andrò è talmente bello da non farmi rimpiangere nulla della mia vecchia, schifosa vita. Ma a parte il fatto che ancora, dopo tutte queste ore di navigazione, non so davvero dove sto andando, come potevo immaginare che la mia vecchia vita facesse schifo? Avevo solo quella, non ne conoscevo altre, non sapevo che fossero più libere, come mi hanno detto. Ma che libertà è questa, se ho pagato fino all’ultima goccia di sangue l’avere lasciato la mia casa per avere in cambio un posto su questa barca che dondola sull’acqua, mi sbatte il suo fondo duro sul sedere, mi anchilosa le gambe e mi fa gettare fuori la speranza fragile e incerta insieme al piscio e al vomito? Guardandoci bene, nugolo di esseri umani schiaffeggiati dal vento e dal mare nero, forse abbiamo meno dignità di quella delle sardine pigiate in una scatoletta.

Eppure se siamo qui, aggrappati a questa barchetta piccolissima, è perché sappiamo, anzi speriamo, che la libertà sia da qualche parte. Lo abbiamo capito già da tempo, non da un giorno all’altro, come è sembrato a chi stava seduto sulla sua comoda poltrona e guardava le immagini della nostra rabbia scorrere sugli schermi del televisore. D’altronde chi può essere così ingenuo da credere che la coscienza si svegli all’improvviso? È un serpente che striscia a lungo, silenzioso, nel sottobosco. Qualche foglia secca che scricchiola fa intuire, ogni tanto, la sua presenza, ma apparentemente tutto rimane fermo, immutabile. È vero, abbiamo dormito di un sonno profondo quanto la morte, perché qualcuno ci ha dato sonniferi potenti, ma non è riuscito ugualmente a impedire alla luce di infiltrarsi attraverso le tapparelle sbarrate della nostra ignoranza.

Nessuno dei miei familiari o nessuno che io conosca è mai uscito dal mio Paese. Eppure io e tanti ragazzi come me il mondo lo abbiamo conosciuto, perché ci è passato davanti, velocemente, rimpicciolito sui nostri computer. E quando abbiamo parlato tra di noi, gioiosamente, delle nostre scoperte, abbiamo condiviso la stessa sensazione: tutto quello che era diverso non ci sembrava affatto come ce lo avevano descritto, ossia come la personificazione stessa del male e della perversione, ma, ma al contrario… come spiegarlo? Ai nostri occhi affamati di novità, tutto appariva leggero, come se fosse sospeso nell’aria, libero, tutto senza i legacci invisibili ma resistenti che avvolgono cose e persone, nel mio Paese.

Ricordo ancora quando i miei genitori me l’hanno regalato, il computer. Avevo 16 anni e non ne avevo mai vi52 sto prima. Non sapevo neanche come si aprisse, né a cosa servisse quella scatola nera e piatta e per questo rimasi perplesso davanti all’aria circospetta e alle mille raccomandazioni con cui mio padre me lo consegnò. Mi disse che dovevo averne cura e farne buon uso, perché sarebbe potuto diventare un prezioso compagno di giochi. Ma allora perché mi donava un giocattolo con l’aria grave di chi maneggia una bomba atomica? Soltanto dopo ho compreso sia i sacrifici che doveva aver affrontato per comprarmelo, con il suo misero stipendio da impiegato (anche se io non sapevo ancora che fosse misero), sia il motivo di quell’aria spaventata. Perché in quelle scatole non ci sono solo giochi, c’è tutto un universo differente, affascinante e seduttivo come una maliarda, e per questo pericoloso per le menti giovani.

Io non sapevo nulla, temevo solo che mio padre potesse rimproverarmi perché passavo troppe ore a parlare, anzi a chattare con Jerome, piuttosto che studiare. Ma mi piaceva così tanto tornare a casa e rispondere al mio amico che mi aveva cercato lasciando la bustina lampeggiante sullo schermo.

Anche lui mi ha mandato tante immagini, della sua famiglia, di quella strana torre di ferro che domina la sua città. Vista in foto sembra piccolissima, come quelle che fanno con gli stuzzicadenti, ma so che, invece, di presenza, è altissima. Guardando i fotogrammi della sua vita, da principio mi è tornata quella sensazione di chiarore eccessivo, come se tutto fosse illuminato da una luce troppo intensa. Sembrava che lì da loro splendesse sempre il sole. Persino i suoi familiari, da principio, mi sono sembrati strani. Poi ho capito che non c’era nulla di anormale nel loro modo di essere né di impudico nei visi scoperti o nelle braccia nude delle loro donne, c’era solo una bellezza onesta e che non si nasconde dietro veli lunghi e vesti informi, come se fosse un peccato di cui vergognarsi.

Jerome mi ha raccontato che da loro tutti fanno esattamente ciò vogliono davvero fare, e nessuno controlla le loro parole ancora prima che le abbiano pensate. Invece, sappiamo bene che da noi i guardiani hanno mille orecchie e sono sempre pronti a cogliere la disobbedienza dovunque, anche nelle chiacchiere innocenti dei ragazzini.

E infatti, qualcuno ha sentito e ha ritenuto che la nostra curiosità fosse diventata troppo audace e quindi meritevole di punizione. Così, senza alcun preavviso, un bel giorno, ci siamo trovati a contemplare come degli scemi gli schermi anneriti o pieni di messaggi che non capivamo. Cosa stava succedendo? Perché non potevamo più vedere i nostri amici? Comunque era già troppo tardi, perché il seme della conoscenza era stato piantato e stava cominciando a germogliare. Sento la pelle del viso tirare per il sale dell’acqua di mare. Come mi piacerebbe piangere senza vergogna come sta facendo il bambino che ho davanti. So che non posso farlo, perché non sono un bambino né una debole femminuccia.

Ma perché allora, se mi hanno insegnato che la donna è un essere debole e inferiore, io non ho mai visto mio padre battere mia madre o cercare di imporre a mia sorella la sua volontà a suon di scudisciate? Al contrario, da ogni gesto e da ogni parola ho visto sempre trasparire la comprensione e il rispetto per la donna che aveva scelto e per quella che aveva contribuito a procreare. Quindi la sensazione che mio padre fosse diverso dagli altri non era solo la mia impressione di bambino. Era la realtà di un uomo incatenato in una vita lontana da quella che sperava per se stesso e per la sua famiglia? Credo di sì. Povero padre, chissà quante volte la sera, rintanato nella stanza sul retro, quando la casa era immersa nel silenzio e tutti dormivamo, o almeno era ciò che credevi, ti sarai consumato gli occhi sui libri mentre il tuo cervello girava vorticosamente nel tentativo di trovare una via d’uscita!

Io, invece, ero lì, nell’oscurità della mia stanza, a fissare il raggio di luce della tua lampada che filtrava sotto la porta come un filo sottile che portava la tua ansia fino a me. E ti sono grato per avermi fatto salire su questa barca dove sono adesso, compresso tra esseri umani aggrappati a una speranza fragile e preziosa come un cristallo, perché deve esserti sembrata la via d’uscita da offrire a me. Una donna porge un seno al suo bambino che piange per la fame mentre corpi intorno a lei la schiacciano, rendendole difficili anche i più piccoli movimenti. Penso che dovrei aiutarla in qualche modo, e invece la vista di quel seno me lo fa diventare duro e mi copro la faccia con le mani, vergognandomi per la brutalità del mio pensiero. Ho 18 anni e anche se, nel mio Paese, ho l’età giusta per prender moglie, non ho ancora conosciuto una donna. Ma era davvero questo il prezzo da pagare per essere uguale a tutti gli altri?

Questa lotta primordiale per la sopravvivenza che non ferma l’istinto animalesco neanche davanti al seno di una madre che nutre il suo piccolo? Questo mare che ti trasmette la sua rabbia spruzzandotela sulla faccia in mille goccioline e non ti promette niente, tanto meno che ti porterà a destinazione? E poi, qual è la mia, la nostra destinazione? Ricordo la sera che Ahmed venne da me e bussò alla mia finestra. Anche se colpì piano il legno e io ero addormentato, lo sentii subito, perché già da tempo dormivamo tutti con un occhio solo, sempre in bilico tra sonno e veglia, consapevoli che dovevamo tenerci pronti per qualsiasi cosa. D’altronde i segnali diventavano sempre più numerosi e i discorsi si facevano ogni volta più seri.

Mi avvicinai alla finestra e guardai senza vedere, con gli occhi impastati di sonno e di oscurità. Ahmed saltò dentro agile e veloce come un gatto, tanto da farmi sobbalzare. Mi guardò con aria grave, cercando di penetrare al di là della mia espressione intontita, e mi disse: – Forza, Nizar, esci subito, ho qualcosa di importante da farti vedere!

Mi sembrò un matto a sbucare così all’improvviso, nel cuore della notte, e gli dissi, senza esserne del tutto convinto, che se mio padre si fosse svegliato, come minimo, avrebbe fatto assaggiare a entrambi il sapore della sua cintura di cuoio. Ma Ahmed non mi ascoltò neanche, mi tirò per un braccio, imponendomi il silenzio con un dito puntato sulla bocca, e non mi diede nemmeno il tempo di togliere il pigiama.

Lo seguii come un automa dietro casa mia, dove tirò fuori da un cespuglio qualcosa che, in un primo momento, un po’ per la scarsa illuminazione e un po’ per i miei riflessi rallentati dal sonno, non riconobbi. Poi si spostò sotto un debole raggio di luna che lo illuminò come un attore sul palcoscenico. Allora grazie a quella flebile lama di luce, lo vidi, quel fucile lucido, nero e lunghissimo che a me, sinceramente, faceva molta impressione ma che invece Ahmed maneggiava con delicatezza quasi amorevole. Me lo poggiò tra le braccia con la cura che avrebbe riservato a un bambino. D’istinto feci un lungo balzo indietro, facendo traballare l’arma, e urlai: – Cosa devo farci con questo? Come risposta mi mise la mano sulla faccia e mi guardò con rimprovero sia per aver gridato sia per avere rischiato di far cadere il fucile e farci saltare in aria tutti e due. In tutti i casi aveva ragione, perché anche senza parlare dell’arma, già soltanto il fatto di trovarci lì, in mezzo alla strada, nascosti malamente dal buio della notte, era una cosa pazzesca, da cospiratori totalmente fuori di senno.

E all’improvviso vidi chiaramente, come se si fosse accesa una luce in qualche angolo remoto del mio cervello. E avvertii una paura fottuta mordermi le viscere e mangiare il coraggio che mi dava la consapevolezza che era arrivato il momento di cui Ahmed e i suoi amici, quelli più grandi, quelli che vanno già all’università, parlavano già da tempo. Lo sapevo che soltanto se fossimo stati in tanti e uniti avremmo potuto trasformare le parole in azioni e tentare di smascherare chi spacciava la nostra miseria, la violenza e la prepotenza verso i nostri simili per il volere di Allah in persona. Ma il mio corpo sembrava non capirlo e non smetteva di tremare come la corda di una chitarra. Adesso il rumore del mare mi sembra quasi silenzio in confronto all’eco degli spari che ancora mi fischiano nelle orecchie. Mi rivedo seduto per terra, bianco di polvere dalla testa ai piedi, dietro un riparo di fortuna. Urlo con tutto il fiato che ho in gola, ma non riesco a sovrastare le grida degli altri e il rumore secco delle armi. Allora chiudo gli occhi, li serro, così, almeno non vedendo, forse riuscirò a salvare i bei ricordi dalla marea di quelli brutti che rischia di sommergerli.

E poi cerco mio padre, mia madre, mia sorella, vagando come un morto vivente in mezzo alla distruzione. Dove sono, li rivedrò e loro rivedranno me?

Ora so che se sono su questo legno lo devo a loro che mi ci hanno spinto, che si sono sacrificati perché almeno io trovassi, appunto, la mia via d’uscita. Alzo lo sguardo verso il cielo ma non vedo nessuna stella a guidarci. Come troveremo la strada se persino la luna pietosa nasconde la sua faccia dietro un velo scuro? Come faremo, branco di disgraziati, raccolti su questa barca dopo essere stati denudati del denaro ma non della dignità, a fronteggiare un mare che farebbe tremare persino il più esperto dei navigatori?

Una nebbia carica di pioggia ammanta la luna come un lugubre telo funebre, mentre anche le stelle sembrano nascondersi imbarazzate per non vedere lo scempio fatto dalla furia dell’acqua. E quel mare nero come la pece a cui un pugno di esseri umani aveva affidato le sue speranze, all’improvviso tira su un’onda alta come un muro e afferra una barchetta piccola come un guscio di noce e la scaraventa lontano.

La mattina dopo, ancora prima che la notizia arrivi, un folto gruppo di persone, curiosi o angeli, si è già formato. Antonio, con il suo giubbotto arancione fosforescente si stacca dalla piccola folla e si avvicina al mare, attratto da qualcosa che galleggia. L’ha vista tante volte la sofferenza di quella gente, ma non ci si abituerà mai, perché lui è un vero angelo. L’acqua del mare di aprile è ancora gelida e Antonio la sente pungergli i piedi attraverso gli stivaloni di gomma. Quella cosa scura che galleggia è un cappellino, piccolo, da bambino. Lo tiene tra le dita e lo fissa a lungo, senza accorgersi che un ragazzo, giovane, bagnato fradicio, i grandi occhi scuri pieni di stanchezza, gli si è avvicinato e gli sta dicendo: – È suo – mentre gli porge, con tutta la delicatezza di cui è capace, un bimbo in lacrime. Poi, anche il ragazzo si inginocchia e si lascia vincere da un pianto composto, liberatorio, perché anche lui è poco più che un bambino, spaventato sì, ma riconoscente ad Allah, o forse al Dio di Padre Carlo, per avergli dato un padre diverso dagli altri che, anche se speravano in una vita migliore per i loro figli, non sono stati tanto lungimiranti da insegnar loro a nuotare.

(da Scrittori in rivolta pubblicato da Navarra Editore)

 

Le rivolte sono imprevedibili, scorrono come fiumi sotterranei che sgorgano all’improvviso e all’improvviso esplodono dove non le aspetti. Un’antologia di dieci racconti brevi per dieci punti di vista inconsueti, visioni della realtà che travalicano le barriere delle convenzioni, un luogo dove sviluppare il tema della propria, personale, fantasiosa rivolta.

Se i libri evocano generalmente atmosfere di relax e pacati momenti di riflessione, Scrittori in rivolta inverte la rotta e propone dieci storie accompagnate da sussulti, boati e ribaltamenti.

I racconti vincitori della terza edizione del concorso letterario Giri di parole hanno sviluppato il tema della rivolta, individuandone le possibili declinazioni. La rivolta è dissenso, opposizione ma anche semplice necessità di rinnovare o di rinnovarsi, nei confronti di un ordine, un’idea, un’entità. In un momento storico in cui gli equilibri cedono e i sistemi di relazione si riassettano, le parole divengono strumenti per nuove modalità di dialogo.

Dalle rivolte politiche e sociali nei Paesi arabi a quelle private delle coppie o del sé, dalle stanze d’ufficio di un’azienda alle pareti umide di un’imbarcazione clandestina, inediti e inaspettati sono gli scenari in cui le scosse del cambiamento riescono a farsi sentire.

Gli autori di Scrittori in rivolta sono:

Vita Asaro, Francesco Canino, Tiziana Cannavò, Giorgio Gristina, Dario Parrinello,Liliana Pettinato, Antonella Renda, Claudio Santoro, Bernardo Severgnini, Renata Sorce

28.03.2012

Tratto da 100newslibri

 
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