PINO SE LO ASPETTAVA, DI MARCO CORVAIA (RICORDANDO DON PINO PUGLISI) - LETTERATITUDINE
Dicono di noi - Pino se lo aspettava

PINO SE LO ASPETTAVA, di Marco Corvaia (ricordando don Pino Puglisi)

Così Don Ciotti, all’indomani dell’annuncio della prossima beatificazione, ricorda Don Puglisi: “Morì per strada, dove viveva, dove incontrava i ‘piccoli’, gli adulti, gli anziani, quanti avevano bisogno di aiuto e quanti, con la propria condotta, si rendevano responsabili di illegalità, soprusi e violenze. Probabilmente per questo lo hanno ucciso: perché un modo così radicale di abitare la strada e di esercitare il ministero del parroco è scomodo. Lo hanno ucciso nell’illusione di spegnere una presenza fatta di ascolto, di denuncia, di condivisione”.

Pino se l’aspettava. Il racconto della vita e della morte di Padre Puglisi di Marco Corvaia, giovane scrittore siciliano, offre un ritratto di Padre Puglisi, non come prete né come oppositore alla mafia siciliana, ma prima di tutto come uomo; un racconto che non vuole essere una cronaca, ma il ricordo di un uomo che con la sua morte ha lasciato un vuoto e di cui si sente semplicemente la mancanza.

Luminoso. Annunciato da quest’insolito aggettivo, don Pino Puglisi appare in queste pagine – scrive Bianca Stancanelli nella prefazione al libro (che pubblichiamo per intero di seguito).

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Prefazione

Luminoso. Annunciato da quest’insolito aggettivo, don Pino Puglisi appare in queste pagine, nel racconto di un amico d’infanzia che diverrà poi suo vicino di casa e sarà accanto a lui fino alla morte, il 15 settembre del 1993. Un racconto che dura una serata intera, in un appartamento di piazza Anita Garibaldi, in quell’anfiteatro di case popolari che sarà la muta, buia scena dell’assassinio di don Pino per mano di mafia.

È il caso a portare Marco Corvaia in quella casa, diciotto anni dopo l’omicidio, in una mite serata di novembre. L’invito a cena di un amico, la conversazione avviata sul balcone con il padre di lui, la sorpresa di scoprire che il palazzo è lo stesso in cui Puglisi abitava, lo stesso in cui don Pino tornava la sera in cui fu ucciso. «Sono caduto in una pagina di storia» annota Corvaia, con stupore ed emozione, convinto che il racconto che sul balcone gli è stato fatto cercava uno scrittore, e lo ha trovato in lui.

È un ritratto in interni del parroco di Brancaccio, della sua famiglia: il padre ciabattino, che ha lasciato in eredità al figlio il suo tavolo da lavoro, la madre sarta che non osava rivolgersi a don Pino se non col Vossia, i fratelli Tanino e Franco. È il ritratto di un prete che «emanava serenità», che credeva nel valore della povertà e aveva per unica ricchezza i libri, che si accumulavano dovunque nella sua casa, insidiando perfino il posto ai piatti sulla tavola da pranzo. Un prete che, nel tornare come parroco nella borgata natale di Brancaccio, si riprometteva «come aveva fatto in passato, di portare al Vangelo tanti parrocchiani… Niente di più».

Della cupa Brancaccio dominata dai fratelli Graviano, i capi mafiosi che decretarono la morte di don Pino, in queste pagine non arriva che un’eco, nella violenza di quelle telefonate di minaccia che il vicino di casa riceve per sbaglio: «Parrino, si’ muoittu! Parrino, muristi!». Sappiamo, grazie alle molte testimonianze che su Puglisi si sono sedimentate negli anni, come il parroco reagiva a quelle minacce, conosciamo gli inviti a non tenerne conto, i sorrisi di noncuranza, i tentativi di rassicurazione, la serenità impassibile. Ma inedita, e impressionante, è la ricostruzione delle ore che seguirono il delitto, con i condomini convocati in questura e interrogati. «Le domande erano tutte mirate alla vita personale di Pino. Ci chiedevano se aveva una doppia vita, se riceveva donne, se riceveva uomini. Se aveva un amante. Io avevo la sensazione che cercassero di macchiare la sua figura, e questo mi inorridiva, cercavano ombre sul suo passato, ombre che non c’erano perché Pino era limpido come il sole». Marco Corvaia registra senza un commento la testimonianza del vicino di casa, lo interroga con dolcezza, come se lo guidasse in una sorta di flusso di coscienza.

E da questo fluire di ricordi apprendiamo dell’orrido borbottio che si levò dalle viscere di Brancaccio dopo l’assassinio, «le dicerie infamanti» sul parroco sussurrate nei vicoli, «malignità mostruose, indecenze»: la cloaca di infamie che è il marchio di ogni grande delitto di mafia. E apprendiamo come la svagata burocrazia municipale abbia impedito che la casa di piazza Anita Garibaldi diventasse un museo in ricordo del parroco che aveva provato a strappare alla mafia i bambini di Brancaccio e aveva tentato di fare del quartiere un luogo più degno in cui vivere.

C’è un punto, in questo racconto, che colpisce e commuove. Sull’ambulanza che lo conduce verso l’ospedale, il vicino Pippo, l’amico d’infanzia, guarda le scarpe di don Pino e nota che lui, il figlio del ciabattino, che da ragazzo aveva imparato a risuolare le calzature per aiutare il padre nel lavoro, ha le suole bucate, consumate dal paziente, quotidiano lavoro casa per casa. E ripensa «agli anni Cinquanta, a quando la domenica andavamo insieme a messa con le scarpe nuove e, per timore di rovinarle, camminavamo soltanto sui marciapiedi, piano piano, evitando le strade non ancora asfaltate, a piccoli passi». Tenerissimo ricordo che suggella con delicatezza il ritratto di un uomo che la mafia è riuscita a odiare.

Bianca Stancanelli

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Marco Corvaia è nato e vive a Palermo, si è diplomato alla S.N.C.I di Firenze al Corso di regia cinematografica e ha scritto e diretto diversi cortometraggi. Ha pubblicato racconti brevi in antologie con Navarra Editore e Giulio Perrone Editore, e con il racconto Mafia di sale ha vinto il primo premio del concorso Arpeggi indetto dall’ARPA Sicilia

 


settembre 18, 2012

Tratto da Letteratitudine

 
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